Tra la moltitudine di avvenimenti sfortunati degli ultimi tempi si è aggiunta la morte di Zygmunt Bauman: filosofo, sociologo e soprattutto grande conoscitore della modernità. Lontano dall’essere un cultore di tutte le sue opere, vorrei esprimere in quest’articolo alcune sue semplici idee.

Il mondo è cambiato drasticamente negli ultimi trent’anni: non è un’affermazione originale, non sono il primo a dirlo e tra chi ha proclamato “la fine della storia” il mio non è che un sussurro. Se ci si aggiunge il fatto che la quasi-totalità  della mia generazione ne sia consapevole pur non avendo mai vissuto un mondo diverso da questo, ci si rende facilmente conto della grandezza dello stravolgimento. La domanda interessante è, citando Carlo Verdone, “in che senso?”.

In un senso poco rassicurante, perché abbiamo a che fare con dei gran paradossi: viviamo in una società in cui consideriamo la libertà umana come una questione risolta nel modo più soddisfacente possibile; non ci sembra necessario scendere in piazza per rivendicare i nostri diritti e spesso neanche votare per salvaguardarli. Nello stesso momento, però, crediamo che nel caso in cui volessimo cambiare qualcosa, non potremmo comunque far molto, sia da soli che insieme: sarebbe irragionevole cercare di elaborare l’idea di una società diversa e magari lottare per costruirla.

Il paradosso è evidente: “Se la battaglia per la libertà è stata vinta, come si spiega che la capacità umana di immaginare un mondo migliore e di fare qualcosa per migliorarlo non è tra i trofei di quella vittoria? Che genere di libertà è quella che frustra l’immaginazione e tollera l’impotenza delle persone libere nelle questioni che le riguardano?”. L’opinione è che si tratta di una libertà storpia, incentrata sull’individuo, non sufficiente a renderci davvero “liberi”.

Con questo Bauman non intende mettere in discussione il concetto di libertà individuale, ma cerca piuttosto di evidenziare uno dei tanti meccanismi in moto nel mondo di oggi: la scomparsa del bene pubblico come qualcosa di più della mera somma dei beni privati.

Siamo capaci di raggrupparci e pensare insieme solo occasionalmente, per agire su questioni pubbliche in funzione, però, del loro impatto sulla vita dei singoli individui che prendono parte alla protesta: la grande mobilitazione contro la privatizzazione dell’acqua, la rivolta dei tassisti contro Uber, l’indignazione per la costruzione della ferrovia TAV, o una grande protesta contro il presidente-eletto Trump, come se l’oppressione delle donne avvenisse solo nel giorno della cerimonia… scompare lentamente l’idea di ritrovarsi insieme per riflettere su progetti di grande portata e di lungo periodo. Ci incrociamo in improvvise eruzioni di commozione e solidarietà ma la magia dura poco e non passerà molto prima di tornare alla nostra condizione abituale: individui distinti tenuti insieme da una maglia sociale sempre più sfilacciata.

Qual è la conseguenza di questo processo? Un forte senso di insicurezza, che Bauman descrive con la parola tedesca Unsicherheit. In una situazione d’instabilità, individui insicuri non sono pronti a prendersi i rischi che l’azione collettiva comporta. Questo significa la privatizzazione di ciò che appartiene necessariamente alla sfera pubblica: non interessa collaborare per costruire una società diversa dove poter investire nel futuro e vivere tranquilli, è un’idea stupida e comunque impossibile. Si potrebbe però comprare un nuovo antifurto per la propria autovettura, votare per chi strilla più forte a favore della sicurezza (dei posti di lavoro, contro il terrorismo, dei nostri valori occidentali…) o, non so, magari chiudersi nei confronti del diverso: piccoli gesti individuali, sfogo della sensazione di vulnerabilità.

Di nuovo, siamo arrivati a trattare questioni comuni come prodotti di un mercato, inconsapevoli che, fosse pure finita la storia, il mercato conserva i suoi limiti e non può arrivare lì dove serve l’azione collettiva. L’attenzione sull’individuo non permette di vedere chiaro tra i fenomeni che ci troviamo davanti: la sicurezza dell’uno dipende da quella del suo vicino, per questo alzare muri e frontiere non servirà a tutelare i paesi dell’Europa. La ricchezza distribuita in maniera non egalitaria, allo stesso modo, vanifica la crescita e la ricchezza stessa, riducendo l’accumulazione personale a un semplice fenomeno improduttivo. La piena sovranità di un singolo stato, come la Gran Bretagna, potrà forse garantirgli più indipendenza a livello individuale; proiettando però la stessa logica sul piano della collettività, la totale mancanza di cooperazione e dialogo rende ogni paese schiavo della necessità di proteggersi, infine meno libero di investire su visioni costruttive del futuro, e quindi meno indipendente.

Tutto questo mi ricorda un po’ una storia raccontata da Lakhdar Brahimi, di un uomo in bicicletta nel periodo dell’Europa delle frontiere. Attraversando il confine tra Francia e Regno Unito, l’uomo si reca, come di consuetudine, all’ufficio doganale, dove il personale ispeziona i due carichi di sabbia che ha con sé. “Cosa c’è lì dentro?”-chiede l’ufficiale- “della sabbia”-risponde l’uomo, che viene quindi fatto passare. L’episodio si ripete spesso e alla dogana decidono quindi di esaminare più volte il contenuto dei sacchi, non trovando tuttavia altro che sabbia. Perché mai quest’uomo attraversa in continuazione il confine della Gran Bretagna? Per troppo tempo la questione rimane un mistero e la curiosità alla fine ha la meglio sull’ufficiale dei controlli: arriva a garantire all’uomo che non avrebbe preso nessun tipo di misura punitiva se lui gli avesse svelato il motivo di quei continui viaggi. L’uomo, con un sorriso, gli risponde: “faccio contrabbando di biciclette”.

Morale della favola, è ora di capire che l’attenzione alla libertà individuale è stata una forza propulsiva del progresso civile: è grazie a quest’enfasi che siamo riusciti a liberarci dalle forze a volte troppo oppressive dello stato, della società o della tradizione. Tuttavia, mantenere oggi l’attenzione solo ed esclusivamente sui diritti degli individui potrebbe nasconderci le vere cause del malessere e dell’instabilità ormai rampanti. Semplicemente, non è nei sacchi di sabbia che troveremo qualcosa in più.

La libertà individuale può essere solo frutto di un impegno collettivo.