Lo Zibaldone Economico

Spazio di Economia, Cultura e Cittadinanza

Società

Il progresso della fiumana

Molti autori italiani di fine Ottocento – inizio Novecento erano critici nei confronti della modernità e del progresso tecnologico. Come dimenticarsi quel pover’uomo che nel Fu Mattia Pascal di Pirandello sperpera il proprio stipendio sui nuovi tram milanesi (breve inciso: era il 1929, ma ho scoperto, con mia grande delizia, che questi tram sono ancora attivi e in circolazione dopo i dovuti restauri). Oppure, uscendo dai confini nazionali, la grandissima The Wasteland di Eliot, che è una grande critica ai valori e allo stile di vita del mondo di inizio Novecento. Verga è però l’unico che è diventato davvero famoso per la sua opposizione al nuovo modello di civiltà. Chiunque lo abbia studiato conosce la famosa “fiumana del progresso”, citata per la prima volta dall’autore nella prefazione a I Malavoglia del 1881: Verga osservava l’avanzamento della tecnologia e della scienza di quegli anni e lo vedeva come una gigantesca piena che tutto travolge e tutto inghiotte. Nessuno può sottrarsi alla corrente.

In quegli anni ha cominciato a svilupparsi il mondo come lo conosciamo ora: l’elettricità faceva capolino, si comunicava con il telegrafo invece che con le lettere, il telefono e il motore a scoppio erano già venuti alla luce. Allo stesso tempo l’Italia stava cercando di portare democrazia dove fino a poco tempo prima c’era la monarchia e tutto il sistema clientelare che ne segue. Stiamo parlando dunque di un periodo di profondo e frizzante cambiamento, che però era difficilmente accolto da chi viveva comodamente nel vecchio mondo. Verga, che nella sua vita ha viaggiato e vissuto lungo tutto lo stivale, notava questo nuovo modo di vivere e lo criticava in modo arguto e quasi mai diretto. Questo è uno dei motivi per cui trovo le sue opere sempre intelligenti ed attuali, ma non sono d’accordo con il concetto di fiumana che tutto travolge.

Mi capita spesso di discutere animatamente con chi si trova d’accordo con i regressisti della Decrescita Felice, in primis il fantasmagorico Diego Fusaro e poi l’economista Serge Latouche. Quest’ultimo, in particolare, è in buona sostanza l’erede ideologico della fiumana di Verga. Tento di riassumere i punti chiave del programma della Decrescita Felice: riconoscendo un degrado morale e civile nella popolazione e osservando il preoccupante consumo di materie prime e beni di secondaria importanza, queste persone chiedono che si faccia qualche passo indietro. Meno produzione, meno globalizzazione, meno consumismo, più valorizzazione del verde e delle energie pulite. A volte si critica anche l’eccessiva specializzazione del mondo contemporaneo, in cui le persone sono capaci di svolgere solo una piccola mansione (ad alte competenze) e poco altro.

Ora spiego i motivi per cui non sono d’accordo con la decrescita e con la fiumana del progresso. Innanzitutto, l’intero movimento della Decrescita nasce e ottiene consensi da generazioni che non hanno mai conosciuto l’“opzione B”, ossia come si vive senza lo stimolo al progresso. I regressisti danno per scontato che l’incentivo alla ricerca medica, all’innovazione tecnologica e alle scoperte scientifiche rimangano anche senza la competizione che c’è ora fra le imprese. Ammettiamo anche che si possano chiudere le frontiere e diminuire la produzione al minimo necessario per evitare gli sprechi: chi sarebbe disposto ad investire nei campi sopra citati? Il problema maggiore sarebbe però il brusco calo di concorrenza, che abbassa la qualità di tutti i prodotti e alza i prezzi. Chi ci perderebbe sarebbero dunque non tanto il capitalismo, ma piuttosto la gente comune.

Un altro intellettuale che è sempre stato molto critico nei confronti della società contemporanea è Zygmunt Bauman. Mi limiterò a riprendere una discussione già affrontata in un precedente articolo per capire quanto in realtà il progresso stia giovando alla società; nel suo ultimo libro, Per tutti i gusti, Bauman critica il modello di fruizione dell’arte del nostro periodo. Mentre un tempo le opere erano custodite in preziose collezioni e solo pochi addetti ai lavori avevano il privilegio di vederle, oggi chiunque può andare al museo e “consumare” arte. Io, da buono studente fuori sede, lo faccio sempre la prima domenica del mese, quando le visite sono gratuite. Qual è la conseguenza? Che tantissime persone che capiscono e conoscono poco di arte possano fruirne in modo semplice ed economico, svalutando così l’arte stessa.

Proprio qui sta, a mio parere, il progresso della fiumana. Capovolgo le parole di Verga per rappresentare appieno il nostro modello di sviluppo, che mi sembra si stia rivelando vincente. Mi spiego: siamo un fiume di individui, immersi in un vortice di contatti spersonalizzati – mentre Verga poteva mantenersi in contatto solo con un numero ristretto di persone –, ma ciò non ci impedisce di creare, di inventare e di socializzare. MAI nella storia dell’uomo c’è stato un tale fermento di innovazione tecnologica. Stiamo vivendo in un periodo di magnifici cambiamenti: tra poco avremo macchine che si guidano da sole, stampanti che producono gli oggetti di uso comune, robot da cucina, case intelligenti, braccia artificiali che sostituiscono in modo perfetto quelle amputate, restituendo persino i sensi. È dunque naturale che ci sia diffidenza e critica verso questi cambiamenti, esattamente come Verga si mostrava dubbioso di quanto le nuove tecnologie avrebbero impattato positivamente sull’uomo e sulla società. Ditemi la verità: si stava meglio a fine Ottocento, negli anni Cinquanta, o al giorno d’oggi? La risposta è piuttosto scontata e credo sia la miglior argomentazione contro qualsiasi decrescita. Il progresso, inestirpabile nell’animo umano, lavora ancora meglio in mezzo alla fiumana: con le piattaforme online ci si può confrontare con i propri pari, avere nuove idee e migliorare le proprie. Ecco il perché non dobbiamo essere spaventati né dalla fiumana, né dal progresso, ma al contrario dobbiamo lasciarli lavorare per migliorare la qualità della nostra vita.

1 Comment

  1. nickname

    Aggiungo che il desiderio di progredire è intrinseco del carattere umano, quindi irreversibile, che piaccia o no.

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Theme by Anders Norén