Oggi tocco una questione che è vecchia quanto l’uomo: possono la ricchezza e i beni terreni fare la felicità? Filosofi, psicologi e letterati si sono interrogati a lungo sulla domanda, senza però giungere ad una risposta definitiva. Vista l’impotenza dell’approccio umanistico, negli ultimi anni la statistica e l’economia hanno fatto il loro ingresso in scena. Il risultato potrebbe finalmente arrivare, perché si cominciano ad analizzare dati concreti invece che assunzioni morali ed astratte. Il metodo scientifico può quindi aiutare a capire se i soldi fanno o meno la felicità. Le riflessioni che seguono sono ispirate dalla lettura di un saggio di Leonardo Becchetti, dal titolo non propriamente fantasioso: “Il denaro fa la felicità”? Se, come me, vi interessa un punto di vista diverso sulla questione, troverete l’articolo sicuramente interessante.

Poniamo quattro ipotesi per capire se siamo felici; queste andranno confermate o smentite in base ai dati raccolti.

  • L’aumento del reddito personale aumenta la felicità. Già questa prima ipotesi, se vera, risponderebbe alla nostra questione.
  • La ricchezza del paese ha un effetto positivo sulla felicità. In altre parole, se il paese è ricco e cresce, si è felici; se invece stagna o decresce, si è depressi.
  • Il divario di reddito fra paesi ricchi e paesi poveri non si traduce in un uguale divario di felicità: se il Ruanda è 10 volte più povera dell’Italia, non significa che sia più infelice. Al contrario, ci sono alcune eccezioni (Messico e Nigeria) che sono più felici dei paesi industrializzati.
  • Più il reddito aumenta e meno la felicità aumenta per ogni bene in più: se sei milionario sarai meno felice di ricevere 1000€ extra rispetto ad una persona con un salario mensile di 800€ (che sarebbe al settimo cielo). Quest’ultima legge aiuta a spiegare parte della terza, nel senso che non dobbiamo aspettarci che l’Italia sia proporzionalmente tanto felice quanto il Ruanda, perché la felicità marginale è decrescente con il reddito.

Dai dati emerge un fatto, su tutti: la felicità è un concetto estremamente relativo. Non ci si sente MAI felici in termini assoluti, ma ci si paragona a chi ci sta intorno. Per questo motivo la prima legge potrebbe essere vera: se il mio reddito aumenta mentre quello dei miei pari è costante, allora mi sento premiato, fortunato o realizzato e quindi sono felice. Ciò comporta che è meglio essere l’operaio più pagato rispetto al top manager meno pagato, in termini di felicità. Dunque se il reddito pro-capite aumenta in tutto il paese, la felicità personale rimane stagnante. Questo è il principale risultato di uno studio dell’economista Easterlin, condotto negli Stati Uniti dal dopoguerra al 1996.

La seconda legge è relativamente facile da dimostrare. Normalmente, i paesi più ricchi offrono anche maggiori servizi sociali, istruzione gratuita (altro fatto interessantissimo: un alto livello d’istruzione corrisponde ad una minore probabilità di entrare in depressione. Quindi non credete a quello che vi dicono: studiare fa bene alla salute!!!), sicurezza, sanità e una lunga serie di comodità per cui il cittadino medio non deve preoccuparsi. Meno stress equivale a meno infelicità. Un altro dato che emerge dai questionari sulla qualità della vita è che gli scandinavi sono i popoli più felici al mondo – e non è per nulla vero che hanno un alto tasso di suicidi, perché la Norvegia è 25a e Svezia e Finlandia sono ancora più indietro. Ciò significa, con buona pace per i liberisti, che l’intervento statale e la tassazione non porta necessariamente all’oppressione, anzi allevia lo stress della popolazione e ne aumenta la felicità.

Sempre in merito alla seconda legge, vi riporto due relazioni abbastanza scontate: maggiori sono l’inflazione e la disoccupazione, maggiore è l’infelicità. I più alti tassi di stress sociale si registrano in periodi con una di queste caratteristiche, o entrambe allo stesso tempo (pensate alla Crisi del ’29, o alle crisi sudamericane degli ultimi due decenni). Il legame disoccupazione-infelicità è causato sia dalla paura di perdere il posto, sia da quella di dover pagare per chi è disoccupato, mentre quello con l’inflazione è dovuto ad un minor potere d’acquisto del proprio salario.

Uno dei principali ragionamenti da tenere presente è che la libertà è inutile se mancano le capacità. L’incapacità può essere data da un regime dittatoriale (badate bene: è una balla colossale che i popoli siano contenti sotto le dittature. Se andate a vedervi i sondaggi che vengono fatti oggi in Turchia, in Cina o nei paesi autoritari africani i risultati sono molto evidenti), dalla mancanza di salute, dalla mancanza di denaro, da impedimenti familiari, etc. Quindi i dati sembrano indicare che uno stato presente ma non invasivo, un’inflazione bassa e sotto controllo e un reddito alto rispetto alla propria categoria occupazionale portano felicità. Una famosa battuta può riassumere l’intero articolo: “magari i soldi non ti daranno la possibilità di essere felice, ma sicuramente ti permettono di scegliere lo stato di infelicità in cui vivere”. Scherzi a parte, la gente attribuisce una grande importanza al proprio benessere, e spesso associa il benessere ad un tenore di vita alto, relativamente al passato e/o ai suoi pari. I soldi fanno la felicità? Sì, ma non la garantiscono a tutti.

P.S.: una delle principali obiezioni che si fanno al fatto che il denaro faccia la felicità è che in Nigeria la gente si dichiari felice. È vero, ma tenete conto che buona parte di quella felicità non è dovuta ad un odio per il denaro che li porta a preferire la loro condizione di miseria, ma al fatto che sono uno dei paesi africani con il più alto tasso di crescita e che stanno relativamente molto meglio rispetto ai paesi confinanti. Sono soggiogati al Dio Denaro tanto quanto lo siamo noi – tant’è che la felicità sta drasticamente scendendo in questi mesi di tensioni sociali e debolezza economica.