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Bilancio della presidenza Obama

Anche se Donald Trump è stato eletto lo scorso 9 novembre, si insedierà solamente il 20 gennaio, cioè fra pochi giorni. Ho già scritto un articolo su cosa potremo aspettarci dal programma economico del tycoon, quindi ora è il momento di tirare le somme degli otto anni di presidenza Obama.

Sono stati sicuramente otto anni lunghi, in cui il mondo è cambiato per davvero: nel 2008, quando si è insediato, andava di moda il Nokia 5300 Xpress Music e gli smartphone iniziavano a fare timidamente capolino. È stato il primo presidente americano dell’era Twitter ed ha goduto di una copertura mediatica impareggiabile rispetto ai suoi predecessori. In questo contesto di vivace cambiamento, i due governi Obama hanno avuto luci e ombre – com’è scontato che sia. Qui in Europa tendiamo a mitizzare un presidente buono e indiscutibilmente colto, ma Obama ha mostrato alcune debolezze e ha compiuto alcune scelte perlomeno opinabili. In questo articolo cercherò di tracciare i momenti salienti degli otto anni di presidenza in modo imparziale, tenendomi sotto le 1000 parole a partire da ora – un’impresa titanica!

Un primo elemento che ha caratterizzato le presidenze Obama è stato lo spostamento delle alleanze: mentre l’Europa si azzuffa sui migranti, gli US si sono avvicinati sempre più all’Asia. Il segno più tangibile è il TPP (Trans Pacific Partnership), ossia il trattato di libero scambio sul Pacifico, che però verrà bloccato da Trump. Obama si è recato in visita in Vietnam, in Indonesia e a Hiroshima, chiedendo scusa per tutte le vittime morte per mano degli Stati Uniti. I giornali l’hanno dipinto come un segnale di pace, ma io lo vedo più come un disgelo e un segnale di apertura. Nella stessa ottica pongo i dialoghi con Cuba ed Iran. Certo, l’ex presidente si è sempre contraddistinto per essere contrario ai conflitti: ha vinto il premio Nobel per la Pace nel 2009, si è dimostrato aperto di mente e ha ritirato le truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, scontrandosi con i vertici dell’esercito (che era la patata bollente ereditata da Bush).

Tuttavia, i critici osservano che questo ostinato non-interventismo abbia portato al disastro in Siria, in cui, a loro parere, è mancata la mano occidentale. Inoltre, Obama viene attaccato per una sorta di ipocrisia pacifista: mentre sosteneva la pace nel mondo, i suoi droni bombardavano la Libia, causando il caos che tutti conosciamo. In sostanza, il Medio Oriente emerge in condizioni peggiori dopo Obama rispetto a dopo Bush. Forse era troppo presto per ritirare le truppe? Bohh.

Il peggior insuccesso di Obama rimane però la lotta al terrorismo, che è costata qualche punto ai democratici. Mentre Trump insisteva sull’attaccare l’ISIS, Obama sventolava il suo più grande successo, ossia l’uccisione di Osama Bin Laden. Il problema è che quest’ultimo era il leader di Al Qaeda, un gruppo islamista che non conta più come un tempo. A causa della sua politica di non-interventismo in Siria – coerente con la ritirata da Iraq e Afghanistan – l’ex presidente non si è concentrato sulla lotta all’ISIS, regalando praterie di consenso a Trump.

Obama ha però risollevato gli US dalla crisi economica più forte dai tempi del ’29. Grazie al deciso salvataggio degli istituti di credito – da cui il governo è riuscito perfino a guadagnare – e alle convincenti politiche di spesa pubblica e di inclusione sociale, ha scongiurato un rischio di povertà che sembrava davvero tangibile. Al contrario, ci lascia con un paese con il 5% di disoccupazione (ossia vicino al limite fisiologico) e il reddito medio in deciso aumento. È vero che le diseguaglianze stanno aumentando, ma questo fatto dipende da dinamiche del nuovo capitalismo, che esulano dalle competenze di un singolo presidente. In questo gli americani non sono stati riconoscenti: pochi si accorgono che si sono ripresi da una crisi spaventosa in modo così brillante.

L’Obamacare è stato forse il provvedimento più desiderato dall’ex presidente. Gli sgravi totali o parziali sui servizi pubblici sono andati a beneficio di 20 milioni di americani, cioè il 6% della popolazione. Nel 2016 la percentuale di statunitensi senza assicurazione medica è al 9%, quasi dimezzata rispetto ai livelli precedenti.

Nonostante queste politiche di inclusione sociale, la conflittualità all’interno degli USA è schizzata alle stelle durante i suoi anni di presidenza. Se nel 2008 il 70% degli americani pensava che i rapporti fra bianchi e neri fossero buoni, nel 2015 la percentuale era scesa al 45%. Un quarto dei cittadini si era ricreduta. I motivi sono infiniti, ma il più interessante è quella che Vance Jones ha chiamato white-lash, ossia “reazione dei bianchi”: di fronte alla “minaccia” di maggiore inclusione sociale e più diritti ai neri, i bianchi hanno deciso di reagire (vedi Trump). Si dice che quando l’asino si sente minacciato scalcia più forte. Il concetto è quello. Se gli afroamericani speravano che il razzismo si sarebbe attenuato sotto la presidenza di un nero, hanno ottenuto l’effetto opposto. Obama ha provato a risolvere la situazione e a ricucire lo strappo che si era aperto fra i suoi cittadini, ma pochi gli hanno dato ascolto. Né bianchi né neri, presi com’erano dall’attaccarsi l’un l’altro.

Un ultimo punto che tocco è il rapporto con il Congresso, che è stato dominato dai Repubblicani durante entrambi i mandati. Una delle più grandi critiche che i Democratici muovono a Obama è proprio la mancanza di comunicazione: sapendo di avere le camere contro, l’ex presidente ha dovuto spesso ricorrere a provvedimenti autoritari. Ne aveva l’autorità, ma ciò ha inevitabilmente spianato la strada a Trump, che lo dipingeva come un dittatore nel cuore della democrazia. Nonostante questi “editti” (ricordo le leggi in favore dei diritti gay e delle unioni civili, passate senza l’approvazione del Congresso), l’immigrazione e la regolamentazione dell’uso delle armi hanno passato indenni otto anni di amministrazione Obama. Nel frattempo, Guantanamo rimane aperta. Se il Congresso fosse stato di un altro colore sicuramente avremmo visto un’America diversa.

Negli ultimi giorni della sua presidenza, dopo l’elezione di Trump, Obama sta cercando di blindare in ogni modo i risultati dei suoi mandati. Se con il TPP o gli impegni sul clima può fare ben poco, può tentare di bloccare i rapporti internazionali. La decisione di espellere dagli Stati Uniti gli ambasciatori russi – aspettando che Trump li faccia rientrare – va proprio in questa direzione: Obama ha voluto mostrare che i suoi Stati Uniti non si avvicinano affatto alla Russia, condannando l’attacco hacker contro i democratici e l’intervento alle elezioni di novembre. Anche le pesanti sanzioni a Putin e il recente peggioramento dei rapporti con Israele sono tentativi di legare le mani per un po’ di tempo al prossimo presidente.

Di certo, tralasciando i chiaroscuri dei risvolti politici, Obama ci mancherà. Ha sempre mostrato un’umanità e una semplicità sconcertanti, mai viste in un Presidente degli Stati Uniti. E ora, signori e signori, allacciate le cinture di sicurezza:  sta arrivando Mr Trump!

1 Comment

  1. Vale

    Dopo tempo mi sono finalmente decisa a leggere un articolo del Boss!!! Bravo Tony! Articolo molto chiaro e utile per quelli che, come me, vorrebbero interessarsi di politica ma hanno mille altre passioni a cui stare dietro! Continua così! Semper Fi (per rimanere in tema USA e poi perché ci stava)!

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