Siamo nel 2016. Quasi cinquecento anni fa, alcuni illuminati/illuministi europei iniziarono a condannare una pratica che fino ad allora era ritenuta sacrosanta ed intoccabile: la pena di morte. Solo cent’anni prima Galilei era stato costretto all’abiura per evitare una condanna e il sicuro oblio di tutte le sue opere, a causa di una certosina selezione per un rogo di libri da parte dello Stato Vaticano. Lo stesso rogo che ha inghiottito parecchi filosofi nei secoli precedenti. Verri, Beccaria, Voltaire intuiscono che c’è qualcosa che non può funzionare in questo meccanismo di repressione macabro e violento, e scrivono alcuni dei pamphlet più belli e densi dell’Illuminismo.

La storia, la riflessione e il dibattito sono stati fruttuosi in Europa: cent’anni dopo la pubblicazione de Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, la pena di morte era scomparsa de facto dal nostro continente. Purtroppo, però, questa condanna è un germe che si è annidato nell’animo umano, dopo millenni di indiscussa pratica. Non mi stupisco, quindi, se viene ancora applicata regolarmente in circa un terzo dei paesi nel mondo. Ce ne sono cattolici, musulmani, laici, (semi)teocratici: la religione non c’entra nulla. Anche perché sia cristianesimo che islamismo hanno da sempre approvato e sostenuto la pena di morte, specialmente per chi decideva di scegliere un’altra religione.

Oggi abbiamo molti stati che la applicano per crimini comuni: gli USA, il Giappone, Israele, la Cina, l’Iran, l’Arabia Saudita, l’India, etc. I sei che ho citato sono stati con una cultura e una storia sostanzialmente diverse, ma sono tutti accomunati dal permettere l’omicidio legale di un altro essere umano. Altri stati, specialmente in America Latina, adottano la pena di morte solo in casi estremi, come i crimini di guerra.

C’è una cosa che mi preoccupa: negli stati democratici dove il dibattito è totalmente libero e aperto, come USA, Giappone e (parzialmente) India, non si sta facendo alcun passo avanti. In Turchia si sta addirittura tornando indietro. Mi è venuta la pelle d’oca vedendo Erdogan che, meno di tre mesi fa, arringava i turchi dicendo che appoggerà la pena di morte, se è questo che il popolo chiede. Davanti ad almeno un milione di persone – secondo le agenzie filogovernative erano cinque milioni – si muoveva come una vera e propria rockstar: palco preparato ad hoc, con l’immagine di Ataturk a sinistra ed Erdogan a destra (e mi domando cos’abbia in comune il primo con il secondo, francamente), e la folla che filmava con i propri cellulari. Un macabro concerto al funerale della democrazia turca. Effettivamente, come Ataturk, Erdogan sta diventando il padre della Turchia; ma, al contrario di Ataturk, sarà una Turchia meno laica, meno democratica e più decisa. Cosa fermerà Erdogan a mettere a morte i golpisti e i suoi avversari politici, coloro che hanno ferito i “martiri del golpe” (quelli a cui ha augurato una veloce guarigione su quel palco).

La verità è che alla Turchia manca la cultura del rispetto e della tolleranza che noi europei abbiamo imparato dopo secoli di dure guerre ed illuminati pensatori. Di solito odio chi parla dell’Europa pensando che i nostri valori siano i migliori nel mondo, perché spesso non si tengono conto delle differenze culturali fra un popolo e l’altro. Tuttavia, mi spaventa il fatto che un paese che confina con il nostro continente, in cui la pena di morte era stata abolita una decina d’anni fa, voglia ora reintrodurla.

La condanna a morte è un pericoloso spauracchio per gli intellettuali dissidenti; è innegabile che danneggi la qualità del dibattito interno, specialmente in momenti di crisi politiche e sociali. Se la pena di morte è relativamente facile da introdurre, è assai difficile da eliminare, proprio per quel verme che ognuno di noi ha dentro di sé, che ci sussurra che la vendetta è giusta. Se qualcuno ammazza una o più persone, è giusto togliere la vita pure a lui. “Occhio per occhio, dente per dente”, no? Lo dicevamo già cinquemila anni fa, che male può esserci? E invece no: la legge del taglione non deve più esistere nel 2016. Non c’è nulla di più barbaro del restituire a qualcuno il male che ha fatto in passato. E poi, francamente, a voi spaventa di più la prospettiva di trent’anni in carcere oppure una morte senza dolore? Io non avrei dubbi. La pena di morte è, a mio parere, uno stupido rimedio per riempire la pancia a quel germe che sta dentro di noi. “Gli sta bene”, “in fondo aveva ammazzato anche lui”, “che sia di esempio per tutti”. E invece i crimini violenti continuano, e le teste non smettono di cadere. Alla violenza non risponde con altra violenza, nei paesi civili. Quella barbara, vile condanna serve solo a tenere buono il popolo e, in alcuni paesi, ad eliminare gli oppositori politici. O, ancora, è un ottimo strumento per mantenere lo status quo: guardate cosa succede in Cina ed Iran, i due paesi in testa alla triste classifica delle condanne a morte (vedi mappa).

Si trovano infinite ragioni contro le esecuzioni capitali, mentre le uniche a favore sono la legge del taglione e il fatto che dovrebbe fare da deterrente a nuovi crimini. Dobbiamo essere tutti fermi nel condannare Erdogan, che sta manipolando in modo straordinario i turchi. Altrimenti vedremo purghe staliniane alle porte d’Europa. Violenza, vendetta e odio: quando il germe sarà tenuto a bada, questi sentimenti non apparterranno più all’uomo.