La medicina sta entrando sempre di più nelle case della gente comune. Internet sta permettendo a chiunque di informarsi un minimo sulle buone regole di vita, o persino di cercare la malattia che causa il malessere che si avverte – tant’è che i medici vi diranno, con una buona dose d’ironia, che ormai si sentono inutili: i pazienti arrivano già con la diagnosi ottenuta sul Web. I problemi sono di due ordini: primo, non tutta l’informazione è di qualità (anzi); secondo, c’è il pericolo che i non esperti, cioè il 95% della popolazione, prendano per veri degli studi che non sono ancora stati pienamente dimostrati. Se prima c’era la mediazione del medico, ora chiunque può accedere alle informazioni pubblicate dai divulgatori scientifici – che peraltro sono in costante aumento, grazie alla crescita del capitale umano. Ciò comporta che ogni cura sperimentale o ogni dieta innovativa riceva più attenzioni di quanto non debba.

Cosa succede se i medici cambiano idea? Capita, infatti, che alcuni farmaci, alcune cure o alcuni consigli datici dai nostri dottori cambino, in seguito a maggiore sperimentazione, a nuovi apparecchi di misurazione, a cambiate circostanze. I medici hanno la sfortuna di doversi misurare con la materia organica, dal corpo ai batteri, che sono in costante evoluzione. Non possiamo certo pretendere che un diabete si curi allo stesso modo oggi rispetto a quanto si faceva trent’anni fa. Herstel Gerstein, ricercatrice all’Università dell’Ontario, dice che il diabete che viene diagnosticato oggi è totalmente diverso da quello di anche solo dieci anni fa; gli effetti sono simili, ma agiscono in modo molto diverso!

Il problema è che i ricercatori sono spesso spinti a dover dare delle risposte prima di giungere a conclusioni stabili. I motivi sono molti: un po’ è la gente che lo chiede, un po’ fare ricerca sulla stessa questione per lungo tempo ha costi estremamente alti, un po’ si ottiene più visibilità a pubblicare scoperte sensazionali. La medicina mantiene ancora una parte della ricerca basata sui trials and errors. Poi c’è un altro ordine di problemi: siccome oggi la ricerca medica è finanziata sempre meno dagli stati e sempre più da enti privati – siano essi fondazioni benefiche, case farmaceutiche, aziende chimiche – i risultati devono essere dati in breve tempo e devono avere esito positivo. Se il risultato dovesse mettere dubbi sulla bontà dei prodotti o sulla mission della fondazione, si procede ad insabbiare la ricerca. Mi auguro che non succeda spesso, ma del resto è comprensibile. Alcune volte escono dei documenti che dimostrano che i produttori di sigarette conoscevano il legame del fumo con il cancro; oppure, la Merck, nota azienda farmaceutica, ha dovuto sborsare 950 milioni di dollari per il suo Vioxx, che era stato collegato con le morti per infarto (addirittura 140000 mila casi!). La Merck aveva svolto indagini sulla questione, ma aveva nascosto i risultati, riconoscendosi colpevole nel 2011.

Un altro dei motivi per cui i dottori cambiano spesso idea è che la medicina, purtroppo, si studia in maniera molto mnemonica. Ciò non facilita lo sviluppo dell’esercizio critico nei nostri futuri medici (ed ecco perché io dico che serve più cultura generale ai test di medicina. A parte scherzi, preferisco un medico che ne capisca di economia ad uno che sa svolgere perfettamente il proprio compito, ma conosce solo quello). L’orientamento è quello di far ragionare di più gli studenti, facendo loro intuire quando uno studio è affidabile e quando non lo è. Tante volte le conclusioni sono affrettate: leggevo che si pensava che evitare le arachidi durante la gravidanza abbassasse la probabilità che il neonato soffrisse di allergia alla frutta secca, perché le popolazioni che ne consumavano meno mostravano anche meno casi. Ora si è trovato il motivo scientifico per cui l’inverso è vero: mangiare arachidi diminuisce la probabilità che il figlio ne sia allergico. Mi sembra così strano che pochissimi, in tutta la comunità scientifica, si siano accorti che è ovvio che se il consumo è basso ci saranno anche pochi casi riportati: finché non ne mangi, non scopri di essere allergico! Questo è uno dei principali esempi, a detta dei commentatori, di mancanza di esercizio critico nell’ambiente medico.

Ovviamente non possiamo pretendere che i nostri medici siano aggiornati su qualsiasi sviluppo della propria materia. Tuttavia, dovrebbe essere normale discutere con il paziente se non si è certi che una terapia dia i risultati sperati, o sulle controindicazioni di questa. Dal lato nostro, il paziente dovrebbe stimolare il proprio medico, non avendo il timore di chiedergli informazioni su ciò che si sta ascoltando. Alla fine, il medico non è altro che un consulente sulla nostra salute.

Per concludere: è normale che a volte alcune cure siano sbagliate, perché la ricerca viene condotta con i migliori strumenti di cui si ha a disposizione. Quando gli strumenti migliorano, i risultati diventano più precisi, e talvolta possono essere capovolti rispetto alla situazione iniziale. Tuttavia, è necessario ridurre al minimo il numero di questi casi. Le possibili soluzioni sono molte: più investimenti pubblici, meno fretta e foga da parte del pubblico, più controlli sulla ricerca privata. So che ad un liberista questi provvedimenti potrebbero non piacere, ma non è simpatico lucrare sul malessere delle persone. Sul loro benessere, invece, è pienamente legittimo. Anzi, credo che sia l’attività più sacrosanta del mondo. La responsabilità, come sempre, cade in buona parte su noi cittadini. Iniziamo ad interessarci anche a questi argomenti, e tutto migliorerà in poco tempo.