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Politica

Se vince il No…

Mentre il referendum costituzionale si avvicina, la stampa estera inizia a guardare sempre con maggiore attenzione all’Italia. Ormai tutti hanno capito che il 4 dicembre si scriverà una pagina importante della storia italiana. Non tanto per i contenuti della riforma, quanto per ciò che potrebbe succedere dopo.

Noi italiani amiamo le complicazioni, e non temiamo di dirlo. Se ci sono più avvocati a Milano che in tutta l’Inghilterra, ci sarà un motivo! Mi fa ancora sorridere pensare a cos’ha detto l’ex primo ministro spagnolo Felipe Gonzales: “abbiamo un parlamento all’italiana, senza gli italiani a gestirlo”. Ecco, noi italiani abbiamo nel DNA la sopravvivenza alla complicazione, l’aggiramento dell’ostacolo, il trovare sempre una soluzione. Non deve sorprendere, quindi, se sopportiamo senza troppo lamentarci una delle burocrazie più inefficienti del mondo occidentale, o se abbiamo una giustizia così lenta.

È inutile dire che, in questo contesto, un osservatore esterno non possa che vedere favorevolmente la riforma proposta da Renzi: la farraginosità del sistema italiano è nota a tutti, così come molti sanno che l’Italia è uno dei due paesi europei con il bicameralismo perfetto, assieme alla Romania. Il Belpaese può vantare una forte cultura di tutela delle minoranze, che deriva anche dalla nostra Costituzione. Tuttavia, l’intero sistema viene indebolito da queste caratteristiche: non è un caso che l’Italia detenga l’imbarazzante record di “government turnover” (ricambio governativo) dal dopoguerra ad oggi. 63 governi in 70 anni è un dato quasi preoccupante, che denota una forte incapacità di mantenere il potere per un lungo periodo.

In un quadro politico così instabile, è naturale che la maggior parte delle testate estere vedano positivamente i tentativi di riforma. Certo, non mancano le critiche al governo. In particolare, l’Economist non apprezza affatto che Renzi abbia personalizzato il referendum, “o me con la riforma oppure qualcun altro senza”. Il problema, che rileva pure il giornale economico, è che quel “qualcun altro” sarebbero con ogni probabilità i Cinque Stelle, che finora hanno dimostrato solamente un’alta litigiosità interna – qualità che fa tutto fuorché favorire la governabilità.

Io studio in un ambiente di economisti/managers/traders wannabe, per cui il sostegno alla riforma non è più di tanto messo in discussione; la stessa Bocconi si è schierata più o meno apertamente a favore del referendum, dato che Tabellini, ex rettore, è uno dei principali firmatari della carta per il . Governo stabile, regole chiare, taglio degli sprechi (mi riferisco al CNEL) sono tutte cose che piacciono, e che dovrebbero piacere a qualsiasi persona razionale. Se aggiungiamo che in questo modo si eviterebbe una tremenda ondata di incertezza su un’Italia molto fragile (vedi debito pubblico, banche e alternative politiche all’attuale governo), allora davvero i motivi per il No si assottigliano.

L’incertezza non piace a nessuno, eppure ultimamente gli elettori hanno colto alla sprovvista i sondaggi più di qualche volta. Il caso più eclatante è stata la Brexit, in cui gli elettori inglesi hanno deciso di fare un vero e proprio salto nel vuoto: hanno rinunciato alla certezza dell’Unione – peraltro con termini vergognosamente vantaggiosi – gettandosi nell’ignoto. Chi ci sarà dopo Cameron? Cosa succederà alla sterlina? Dove si sposterà politicamente l’Inghilterra? Nessuno lo sapeva, e i mercati non se l’aspettavano, eppure il risultato di quel referendum lo conosciamo tutti. Conosciamo anche le conseguenze, non proprio piacevoli, per la politica britannica. Vogliamo buttarci in pasto all’incertezza? Io no, e anche per questo voterò . Non voglio essere governato dal M5S, non voglio vedere lo spread schizzare alle stelle (perché solo Dio sa cosa succederebbe con la combinazione “Renzi a casa + M5S al comando”), non voglio che l’Italia faccia un passo indietro rispetto all’Unione Europea, invece che avvicinarsi un po’ di più al modello di governo del nostro continente.

È inutile fare finta che il referendum non abbia conseguenze politiche di livello internazionale. I giornali esteri lo sanno, e scrivono da tempo sull’argomento. Se il governo cade, non oso immaginare il turbinio euroscettico che mi toccherà sentire dal 5 dicembre. Votate Sì, fatelo per l’Italia e per l’Europa.

2 Comments

  1. Marco Prosperi

    Diciamo che mi hai messo in crisi, fino ad ieri l’asta era orientata (per poco) verso il no. Le tue riflessioni sono le uniche (purtroppo) che possono spingermi verso il si. Ancora non mi levo dalla testa la problematica del bilanciamento dei poteri, del meno federalismo e del nuovo senato che fra l’altro darà l’impunità a molti sindaci che non se la meritano. Manca ancora un mese……..

    • Antonio Nicoletti

      Caro Marco,
      credo che tutti noi andremo alle urne molto combattuti. Io, da federalista, non digerisco la modifica al Titolo V, che toglie poteri alle Regioni (nonostante ora siano spesso gestite malissimo). Tuttavia, una decisione la dobbiamo prendere, e se mi faccio due conti in tasca le ragioni del Sì valgono di più di quelle del No. Io sono molto spaventato di ciò che succederà se Renzi dovesse dimettersi, ma è anche vero che non si può votare solo in base ad un errore di un politico (ossia quello di personalizzare un voto così importante). Vedremo cosa succederà 🙂

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