È importante affrontare un argomento tanto delicato quale la riforma della nostra Costituzione in modo serio e completo. Gli spunti di riflessione sui giornali, TG, radio e Internet non mancano, ma pochi conoscono le modifiche proposte. In questo articolo mi propongo di fare ordine sulla faccenda, dandovi prima i dieci principali punti della riforma (che la riassumono in modo quasi completo), e poi lasciando la mia opinione. Non che a qualcuno interessi conoscerla, ma spesso scrivere aiuta a riordinare le idee.

Non voglio fare un elenco numerato dei dieci punti; preferisco mantenere un corpo unico, che risulterà più scorrevole da leggere (o perlomeno l’obiettivo è quello 😉 ). Iniziamo con le cose facili: come tutti saprete già, verrebbe abolito il bicameralismo perfetto. Siamo l’unico paese in Europa – e quindi credo al mondo – in cui una camera può bloccare i lavori dell’altra, perché hanno lo stesso potere. La riforma prevede un ridimensionamento del Senato, che passerebbe da 315 senatori a 95, e una ridefinizione del ruolo: diventerebbe infatti una camera di rappresentanza degli enti territoriali, e ci sarebbero tre politici per regione più eventualmente altri, in proporzione alla popolazione. Altre modifiche importanti sono la fine dell’indennità per i senatori e l’abolizione della soglia minima d’età, che attualmente è di quarant’anni.

Ancora: i senatori a vita non saranno più “a vita”; verranno nominati dal Presidente della Repubblica e rimarranno in carica per sette anni. Dopodiché non potranno più essere rieletti. Lo scopo di questo punto è di mostrare agli italiani più eccellenze della propria patria: ora bisogna aspettare che uno di loro muoia per eleggerne un altro, quindi è difficile dare continuità. E vi garantisco che ci sono parecchi italiani che si distinguono nel mondo, per ricerca, arte, imprenditorialità.

Anche l’iter legislativo cambierebbe: le leggi verrebbero approvate o meno solo dalla Camera. Il nome tecnico è “processo legislativo monocamerale”, e c’è nella maggioranza degli stati europei. Inoltre, il governo può chiedere il “voto a data certa”: si tratta di una corsia preferenziale per delle leggi che ritiene importanti. La Camera vota sulla corsia entro cinque giorni e, se la maggioranza della Camera è d’accordo, l’iter dev’essere concluso entro settanta giorni. Ciò significa che in due mesi e mezzo (75 giorni) si potrà varare una legge.

Un importante obiettivo della proposta di legge è quello di far chiarezza sulle competenze Stato-regione. Con la legislazione attuale, i compiti delle regioni non sono delineati con precisione. Anzi, non sono proprio delineati: si definiscono le competenze dello Stato, e si lasciano alle regioni tutte quelle non nominate. A ciò aggiungiamo che su molti punti hanno competenza sia lo Stato che la regione. Queste ultime, che si chiamano “competenze concorrenti”, verrebbero abolite dalla riforma. Lo stato si piglierebbe la competenza su porti e aeroporti, trasporti, energia, occupazione e sicurezza sul lavoro. Alle regioni rimarrebbe principalmente la Sanità. Gli scopi principali di questi punti sono fare ordine e cominciare a togliere rilevanza alle regioni.

Visto che sono arrivati a qui, ora vi parlo in dettaglio di come cambierebbero gli enti territoriali. La trasformazione più rilevante è la definitiva sparizione delle province, già cominciata circa cinque anni fa. Questa modifica andrebbe a vantaggio delle Città Metropolitane, che acquisirebbero le competenze delle province e si diffonderebbero a macchia d’olio. Questo vuole essere un tentativo di risparmiare soldi e di legare di più le città fra di loro, favorendo le attività economiche. In Veneto, ad esempio, Verona e Venezia dovrebbero fungere da poli di innovazione e di accorpamento. Se la sola Vicenza non riesce ad attrarre turisti né a fare il definitivo salto di qualità dell’imprenditoria (sebbene i vicentini abbiano l’export pro-capite più alto d’Italia), perché non appoggiarsi all’esperienza internazionale di Verona, una città che è stata in grado di attrarre investimenti da grosse multinazionali come GSK? Lo stesso ragionamento si applica a tutte le attuali province in Italia.

Tornando al nostro ridimensionato Senato, definisco le principali competenze che gli rimarrebbero: leggi costituzionali, rapporti con l’estero e l’UE, rapporti Stato-regione-enti territoriali, tutela delle minoranze e leggi di competenza regionale (quindi, ad esempio, sulla Sanità). Su tutti gli altri argomenti la Camera potrà deliberare senza dover passare per il Senato. Tuttavia, se almeno un terzo di quest’ultima camera lo richiedesse, i provvedimenti della Camera vanno rivisti con le modifiche proposte dal Senato.

La Corte Costituzionale sarebbe composta da tre giudici eletti dalla Camera e due eletti dal Senato, in linea con l’importanza che avrebbero i due organi. L’elezione avverrebbe a sessioni separate, e non più in seduta comune. Cambierebbe anche il modo in cui scegliamo in nostro Presidente della Repubblica: mentre ora è spesso sufficiente la coalizione di governo, con la riforma bisognerebbe essere disposti a scendere a compromessi con l’opposizione, perché aumentano i voti richiesti in ciascun tentativo.

Un ultimo punto che voglio toccare è quello dei referendum. Per richiederne uno, le firme necessarie passano da 50000 a 150000, e se superassero le 800000 il quorum verrebbe abbassato dal 50% al 50% dei votanti alle ultime elezioni.

Cosa ne penso della riforma? Credo che ci siano luci e ombre, come in ogni cosa. È troppo idealista volere una riforma perfetta in ogni punto: dietro ad ogni DDL c’è un lavoro di cesellamento interminabile (per questa riforma sono stati presi in esame oltre mille emendamenti), e il nostro compito di cittadini è far sentire la nostra voce. Detto questo, vado al sodo. L’unico punto su cui ho seri dubbi è il passaggio di competenze dalle regioni allo Stato: da federalista, sono allergico all’accentramento, perché credo nel principio di sussidiarietà. Alcune competenze, come porti e aeroporti, sono indiscutibilmente di competenza dello Stato, ma altri (come l’occupazione) andrebbero a mio parere lasciati alle regioni, perché fra Veneto e Calabria c’è parecchia differenza, e solo le regioni possono sapere come gestirsi al meglio.

A conti fatti, che i punti positivi siano molti di più di quelli negativi: maggior governabilità, maggior rapidità dell’iter legislativo (che ora è imbarazzantemente lento, a causa della navetta Camera-Senato), più chiarezza sulle competenze e, non da ultimo, un risparmio di circa 500 milioni da investire in altri settori. Parecchia gente mi dice che è preoccupata che l’Italia si trasformi in una dittatura, perché mancherebbero i contrappesi al potere della Camera e di chi la comanda (cioè il governo). Mi intenerisce molto il dibattito che c’è stato finora, perché è evidente quanto noi italiani teniamo alla democrazia. Tuttavia, bisogna essere pragmatici e razionali, non ideologici. Trattare la Costituzione come la Bibbia è sbagliato: se la seconda non può cambiare, la prima deve farlo per tenersi al passo con i tempi. Eppure vedo molti italiani comportarsi proprio come se la Sacra Costituzione, immutata et immutabile, non possa essere scalfita di una virgola. Ragioniamo quindi sui contrappesi al governo, che sono principalmente la Corte Costituzionale, il Senato e il Presidente della Repubblica. Il primo organo sarà eletto al 60% dalla Camera, ma ci vorrebbe un’ampia maggioranza per eleggere anche solo due dei tre giudici fra i più graditi dal governo. Gli altri due saranno eletti dal Senato, quindi questo contrappeso funziona. Il secondo, come detto prima, può fare ostruzionismo chiedendo che venga rivista una legge qualsiasi, in caso venga giudicata pericolosa per la democrazia. Anche in questo caso, il contrappeso regge. Il terzo, infine, dovrà essere eletto trovando un compromesso con l’opposizione, perché i voti della sola maggioranza non basterebbero più. Ergo, il Presidente della Repubblica non sarà il fantoccio del governo, come temuto da molti, ma un’espressione della volontà di parte dell’opposizione. Ancora una volta, il contrappeso tiene.

Se i miei ragionamenti sono giusti, l’unica ragione per essere contrari alla riforma sarebbe di carattere ideologico-dogmatico, in difesa di quel monolite che è la nostra Costituzione. Come ha detto Benigni, col cuore si vota No, con la ragione si vota Sì. Aggiungo: la democrazia ha bisogna di svegliarsi, e credo che questo bel dibattito non possa che farci bene. Finalmente si parla di Costituzione.