In un panorama globale in cui la crescita sembra ripartire lentamente (o non ripartire affatto), gli echi della crisi finanziaria continuano a farsi sentire, anche sotto forma di titoli sulle prime pagine dei quotidiani internazionali. Sono due le notizie che mi hanno particolarmente colpito ultimamente: la prima è la multa di ben 14 miliardi di dollari che il  Dipartimento di Giustizia americano vorrebbe far pagare al colosso Deutsche Bank per la questioni dei titoli tossici legati ai mutui; la seconda riguarda invece la banca americana Wells Fargo, trovata con circa 2 milioni di conti bancari e carte di credito erogati a nome dei propri clienti ma a loro insaputa.

Notizie come queste riportano a galla un problema che sembra ormai scomparso dal dibattito pubblico e politico: chi è il colpevole della crisi finanziaria? In questo articolo vorrei offrirvi alcune risposte e soprattutto spiegare perché continuare a scavare non è un esercizio fine a se stesso,  ma piuttosto un compito chiave per comprendere i progetti europei che sono oggi in discussione.

Per cominciare a rispondere alla domanda, credo che la metafora utilizzata da Howard Davies nel suo ‘The Financial Crisis: Who is to Blame?’ sia sicuramente d’aiuto. L’autore paragona la crisi finanziaria ad un incidente stradale in cui i singoli autisti (banche d’investimento, hedge funds, agenzie di rating, etc.) hanno sicuramente provocato la sciagura, ma dove bisogna anche tener conto delle condizioni climatiche o stradali (politiche monetarie troppo accomodanti, eccesso di risparmio a livello globale, aumento della  diseguaglianza…) che possono aver favorito il pastrocchio.

Facendo un passo alla volta cominciamo allora con il nemico pubblico numero uno: le banche. La crisi è colpa delle banche perché negli Stati Uniti hanno esteso mutui e credito a soggetti poco raccomandabili (per chi ha visto il film The Big Short- La Grande Scommessa, basta pensare alla spogliarellista con quattro o cinque mutui a carico) per poi aumentare i profitti attraverso la cartolarizzazione: il credito non rimane con la banca ma viene venduto ad un investitore, che ne ricava interessi ma si prende anche i rischi. Una volta che la spogliarellista dichiara il default, la banca non passa gli interessi all’investitore, che a sua volta non può far fronte ai propri debiti e… la crisi finanziaria è innescata in un sistema a catena. Possibile però che tutta la responsabilità stia nelle banche americane?

No, non è possibile. Perché gli investitori continuavano a comprare il credito alla luce del rischio elevato, alimentando il sistema? Un modo facile per rispondere alla domanda è dare la colpa ad un altro componente della finanza internazionale: le agenzie di rating. Queste dovrebbero informare gli investitori sui rischi che corrono e hanno invece chiaramente fallito nel proprio compito: prima della crisi continuavano ad etichettare il credito dei mutui sub-prime con AAA, che è il massimo di affidabilità. Quindi sono solo due i colpevoli?

Non proprio. Difficile pensare che una crisi di natura locale si sia trasformata nella più grande recessione del nostro secolo esclusivamente a causa degli errori dei due; dietro tutto questo c’è il fallimento della regolamentazione globale. Perché le banche avevano così poca liquidità a disposizione per far fronte alla crisi? Perché il capitale scarseggiava nei bilanci? E cosa dire di quelle attività fuori bilancio e di shadow banking che vedevano (e tuttora vedono) partecipare gli istituti di credito da una parte e dall’altra dell’Atlantico? Probabilmente, anche chi aveva la responsabilità di supervisionare il sistema deve prendersi le proprie colpe, sia a livello nazionale che globale.

D’altra parte, è anche vero che non saremmo andati giù a tracollo se non fosse stato per alcuni fenomeni che hanno generato e intensificato la crisi. I salari della classe media sono stagnanti da diversi decenni e questo ha aumentato l’appetito per il credito delle classi sociali meno abbienti, che vogliono preservare i propri standard di vita. Allo stesso modo, i bassi tassi d’interesse della FED hanno favorito l’estensione del credito oltremisura, alimentando le bolle che poi sono scoppiate nel 2007. Infine, la filosofia neoliberista dominante dagli anni ’80 ad oggi ha generato l’avversione ad intervenire sui prezzi fissati dal mercato, e la politica è quindi rimasta a guardare anche quando la realtà finanziaria sfiorava l’assurdo. Se a questo si aggiunge un surplus di risparmio a livello globale- il cosiddetto saving glut– il risultato è un sistema fragile e alimentato dal credito, in cui anche i tir più stabili fanno difficoltà a mantenere la rotta.

Arrivati a questo punto una domanda sorge spontanea: perché preoccuparsi ora di quello che è successo circa un decennio fa? Il motivo è che questa breve narrativa serve a dimostrare la complessità della finanza globale, in cui sono molti gli attori imputabili per il disastro del 2007. Il punto che voglio fare è semplice: la crisi è stata amplificata da un sistema complesso e interconnesso; la risposta può solamente essere internazionale  e omnicomprensiva.

Nel mondo, ma soprattutto in Europa, i tentativi di ricostruire un sistema finanziario solido sono numerosi. L’esempio più diretto è l’Unione Bancaria, ma un passo rivoluzionario sarebbe anche l’Unione dei Mercati di Capitali, al momento al centro del dibattito europeo. Creare un mercato finanziario unico, e farlo da subito con regole precise e scambio d’informazioni, significa poterlo regolamentare nell’interesse comune, creando benefici condivisi da tutti i cittadini d’Europa.

La mia opinione è che l’Unione dei Mercati dei Capitali è una partita di fondamentale importanza e che va giocata bene. Primo, perché un sistema meno bancocentrico soffre meno in periodi di bassi tassi d’interesse, e riuscirebbe quindi a favorire la ripresa del PIL e dell’inflazione. Secondo, la scelta del Regno Unito di lasciare l’UE porterà probabilmente a una riduzione del suo ruolo di leader finanziario: è questo quindi il momento in cui l’Europa può puntare la sua scommessa. Terzo, un mercato finanziario ben regolamentato sarebbe una vittoria per l’Europa di fronte ai suoi cittadini, che spesso condividono un’avversione per il mondo della finanza e la sua mancanza di regole; sarebbe quindi una dimostrazione tangibile di come l’Europa può arrivare dove gli stati-nazione non possono.

Una volta stabilite le nostre regole, precise e condivise, sarà ben più facile evitare un secondo incidente che, come alcuni osservano, non sembra poi così remoto: saranno forse gli student loan a far scoppiare una seconda crisi? O dobbiamo aspettarci qualche brutta sorpresa dal credito che cresce in Cina?

Insomma, Jean Jaurès ha una volta detto: “dal passato dovremmo riprendere i fuochi, non le ceneri”. Oggi l’Europa, a mio avviso,  continua a marciare sulla cenere, tesa tra disarmonie politiche e incapace di sviluppare un piano chiaro per il futuro dei suoi mercati finanziari. In queste condizioni è davvero facile scivolare una seconda, terza, o una quarta volta.