Un paio di settimane fa mi è capitato di vedere The Lobster, capolavoro di Yorgos Lanthimos premiato con il Prix du Jury a Cannes, nel 2015. Dire che sia un film strano sarebbe riduttivo: i dialoghi sono irreali, fuori dal mondo, la trama è degna del miglior Jimy Hendrix e tutta l’ambientazione non ha nulla di familiare. Si tratta infatti di una distopia – cioè di una proiezione in un mondo fantastico in cui nessuno si augurerebbe mai di vivere – in cui i single sopra i 40 anni vengono letteralmente deportati in un hotel di lusso (un po’ come quelli in cui Salvini pensa che mettiamo gli immigrati); qui hanno solo 45 giorni di tempo per trovare un compagno o una compagna, altrimenti si trasformeranno in un animale di loro scelta. I single guadagnano un giorno per ogni ribelle che catturano nelle battute di caccia quotidiane.

Voglio però limitare i commenti alla trama e allo stile, perché non ne ho le competenze e perché non voglio rovinarvi il film. Ciò che farò ora sarà invece (tentare di) dare la mia opinione sui contenuti del film, che a mio parere sono di tutto spessore.

In The Lobster ho infatti visto una grande metafora sulla nostra società e sull’amore. Ci sono due grandi fazioni che si combattono fra di loro: quello delle coppie contro quello dei single. David, il protagonista – interpretato da Colin Farrell – inizia il film nell’hotel dove sono rinchiusi i single, che vengono ammaestrati al trovare un’anima gemella. Qui la masturbazione è strettamente vietata; viene impedita da un paio di manette, ma se ancora non dovesse essere sufficiente ai colpevoli viene infilata la mano in un tostapane.  Tutti gli ospiti devono assistere a delle scenette pietose in cui si mostrano i vantaggi della vita in coppia – che, manco per dirlo, costringono la donna ad una posizione alquanto subordinata – e poi viene data loro la possibilità di ballare con il partner sulle note di canzoni sonnolente.

David, che proprio non ne vuole sapere di trovare un’altra compagna dopo che la moglie lo ha tradito, decide di fuggire dall’hotel quando gli mancavano solamente un paio di giorni alla trasformazione in aragosta (“lobster”), l’animale da lui prescelto. Finisce così fra i ribelli, in cui vigono regole altrettanto severe rispetto all’hotel delle coppie, ma esattamente ribaltate: la masturbazione è incentivata e ogni tipo di rapporto è proibito, tanto che si balla da soli e con gli auricolari (un po’ come ai silent party, che Lanthimos prende esattamente per quello che sono, cioè un modo per togliere la comunicazione in un contesto in cui già è scarsa; peraltro, in un’attività come le feste, che è di per sé socievole).

I problemi per David arrivano quando si innamora di un’altra ribelle, senza nome (come la stragrande maggioranza dei personaggi nel film), che lo ricambia. Condividono entrambi la miopia, e condividere qualcosa è segno di possibile compatibilità nel mondo creato da Lanthimos. Il regista critica la nostra spasmodica ricerca della perfezione, dell’anima gemella, che condivida con noi più cose possibili – mentre le differenze portano spesso benefici, come ci insegna la nostra Europa dei popoli. Torno alla trama: appena vede che nel suo gruppo nasce un amore, la leader dei single ribelli decide di agire in fretta. Porta la ragazza miope in città, promettendole un’operazione agli occhi per restituirle completamente la vista, mentre si accorda con il chirurgo affinché la accechi.

Una volta tornati nella foresta, rifugio dei single ribelli, David scopre amaramente che ora non è più compatibile con la ragazza che amava. Inizia così un lungo percorso di riflessione che lo porterà a decisioni alquanto drastiche. Non vi svelo nulla per non rovinarvi il film, ma vi consiglio di stare attenti se siete ansiosi.

Lanthimos, nel suo capolavoro, ci descrive due uguali dittature: quella delle coppie e quella dei single. Ci sono scene che ricordano davvero la violenza dei regimi, oppure la propaganda in radio e nei manifesti di settant’anni fa, eppure è straordinariamente attuale. C’è chi dice che dobbiamo amare, altri che invece professano la religione dei single, ma di vero amore ce n’è sempre meno. Nel film tutti si vestono uguali, hanno un’apatia incredibile e sono tutti conformisti. Nel nostro mondo, così come in quello del regista greco, ci sono sempre meno comunicazione, meno diversità, meno interesse per ciò che è diverso; eppure tutti chiacchierano, si vantano di seguire (o, al contrario, di non seguire) le mode e di essere quindi alternativi, ma poi pochi sono curiosi di allargare i propri orizzonti e scoprire la diversità. Lanthimos ci insegna che l’amore perfetto, quello dei Baci Perugina, è impossibile; non esiste nel suo mondo e nemmeno nel nostro. Scappare dall’hotel e poi dalla foresta, come hanno fatto David e la sua compagna cieca, è una scelta coraggiosa, che pochissimi hanno il coraggio di fare. Abbandonando il seminato si può scoprire, forse, cos’è il vero amore. Lanthimos non ci dice cosa significhi “abbandonare il seminato”, ma quello sarà esattamente il frutto della nostra ricerca (che non può fermarsi alla frase del Bacio Perugina, sebbene sia una fermata consigliata). Liberiamoci dalle catene del conformismo, e forse saremo un passo più vicini alla meta. Questo è ciò che mi ha lasciato The Lobster.