Ho già scritto un paio di articoli sui robot (in particolare, sui nanodottori e sull’etica delle macchine), perché a quanto pare caratterizzeranno la nostra vita fra non molto tempo. Già ora alcune innovazioni fanno timidamente capolino nel nostro mondo: le self-driving cars, le nanotecnologie mediche, i robot giornalisti. Queste macchine usano tutte una più o meno evoluta forma di intelligenza artificiale. Proprio di questo voglio parlarvi oggi: dobbiamo temere che le macchine prendano il sopravvento sull’uomo, grazie all’abilità di intendere e volere che stiamo dando loro?

I romanzieri e i registi hanno sempre amato dipingere distopie, storiacce di robot che controllano la vita umana e che a volte la distruggono. Pensiamo all’elaboratore HAL9000 di Kubrick, oppure al mondo di Matrix, o ancora alle storie di Asimov. In realtà, l’uomo ha sempre avuto un rapporto conflittuale con le macchine: chi temeva che rubassero e distruggessero il lavoro, chi le odiava perché non le capiva, chi credeva in un’apocalisse dell’umanità dovuta alle macchine. Ogni tanto, ciclicamente, questi timori e diffidenze primordiali riemergono nella nostra società. Se oggi non esistono i luddisti – ossia gli operai inglesi che distruggevano i telai tessili nell’Ottocento – c’è comunque un ampio dibattito sulla possibile disoccupazione che creerebbero i robot.

Intendiamoci: non c’è alcun dubbio che alcuni lavori, come il postino, il tassista o il corriere espresso, spariranno per sempre; così come i calzolai e i sarti si sono praticamente estinti. Si creeranno però nuovi bisogni: più dirigenti, più tecnici, più istruzione di livello superiore per gestire, far fruttare e convivere con i robot; gli operai migreranno piano piano verso le aziende di robotica, sperimentando spesso forme di co-working con delle macchine. I telai ottocenteschi, che a detta di molti brillanti economisti (fra cui David Ricardo) avrebbero distrutto le classi inferiori, hanno in realtà dato il là a molte richieste sindacali che prima non erano nemmeno immaginabili: giornate di lavoro più brevi, organizzazione di corpi sindacali, più alta retribuzione e meno lavori meccanici. Il tutto accompagnato da una diminuzione dei prezzi di proporzioni mai viste fino ad allora, che ovviamente giovò non poco a quegli operai che temevano di essere scalzati definitivamente da un oggetto senza cuore e senza cervello.

Oggi le cose sono un po’ più complicate: le macchine che stiamo programmando non hanno ancora un cuore, ma un cervello sicuramente sì. I migliori ingegneri al mondo passano il proprio tempo a programmare le cosiddette “reti neurali”, che sono il corrispondente dei nostri fasci di neuroni. Microsoft è riuscita a realizzarne una a 152 livelli, che batte il cervello umano. L’algoritmo di riconoscimento facciale di Baidu – il principale motore di ricerca cinese – ha una precisione del 99.77%, contro il 97.64% umano. È diventato famoso anche il supercomputer – anch’esso dotato di una rete neurale impressionante – che ha battuto il campione del mondo di Go (non Pokemon Go, ma il gioco popolare cinese) per 4 a 1.

Sembra quindi che l’intelligenza artificiale sia già in grado di superare quella naturale. Finché sta confinato in un computer che non ha braccia né gambe, nessuno si lamenta; ma cosa succederà quando i primi automi usciranno dalle fabbriche? Elon Musk e Stephen Hawking hanno espresso le loro preoccupazioni a riguardo, perché temono che i robot potranno controllare il mondo. Devo dire un paio di cose a riguardo: Mr Musk è alquanto in ritardo nello sviluppo dell’intelligenza artificiale (al contrario dei suoi diretti concorrenti, Google e Facebook), e Mr Hawking ha già preso più di qualche granchio nel corso della sua brillante carriera. Chi progetta i robot e sviluppa l’intelligenza artificiale è invece meno pessimista: Demis Hassabis, della DeepMind, crede che i robot potranno essere un’occasione ghiotta per ripetere ciò che è successo nell’Ottocento. Ciò significa meno ore di lavoro (ad un ritmo meno stressante), più ferie, prodotti meno cari. Significa anche liberare del tempo prezioso che può essere investito per la società: dallo stare con i propri figli, all’accudire i genitori anziani, ad eliminare il fogliame dalla via di casa, al leggere quel bel libro che è da tempo sopra il comodino. Hassabis ammette tuttavia che dobbiamo mettere le mani avanti. La sua DeepMind ha chiesto di formare una commissione per l’etica dell’intelligenza artificiale, e controlla attentamente che i suoi prodotti non vengano utilizzati in guerra. Ha chiesto, sempre per le stesse ragioni, di disciplinare questo tema; significa che i governi devono svegliarsi e proibire l’uso dell’intelligenza artificiale in guerra – anche se alcuni argomentano che un robot non violenterebbe una donna, né commetterebbe altri orrori tipici dell’uomo. Sta anche lavorando ad un interruttore generale per spegnere il cervello a questi robot, anche se è un compito molto complesso. Un’altra precauzione da adottare, suggerita da Elon Musk, è di non creare nulla di centralizzato: HAL9000, in 2001: Odissea nello Spazio, ha quasi ucciso tutto l’equipaggio perché controllava tutta l’astronave. Se noi invece decentralizzassimo i compiti (un vero e proprio federalismo robotico!) i rischi sarebbero molto minori, perché i robot dovrebbero coalizzarsi contro di noi – ed è uno scenario alquanto improbabile, secondo i ricercatori, mentre noi diamo per scontato che sia umani VS robot, alimentati da film come Terminator o Io, Robot.

Che dire, dunque? Riflettendo sul passato e sul fatto che Asimov fosse un romanziere fantascientifico, e non un ricercatore di robotica, possiamo davvero essere spaventati dai robot? Assolutamente no. Noi italiani siamo nell’Olimpo della robotica, e non dobbiamo far crollare tutto per un arretrato timore reverenziali. Mancano pochi anni al momento in cui i robot umanoidi non consumeranno più centinaia di KW/h, e che potranno quindi accompagnarci nella nostra vita di tutti i giorni. Non facciamoci spaventare, ma diventiamo robot-entusiasti, così da sfruttare un’opportunità unica per la nostra società e l’industria italiana.