La settimana scorsa l’Economist ha sorpreso i molti con un’immagine piuttosto incisiva: una corriera tricolore, targata “banca” e con Matteo Renzi dentro, vacillante sull’orlo di un precipizio. Aggiungo che nella copertina della copia cartacea, tendenzialmente meno accessibile al pubblico, figura anche una Mini con dentro David Cameron in caduta libera e a testa in giù; immagino che i gestori della pagina Facebook si siano però dimenticati di riportare il particolare. Ad ogni modo, arrivo al punto: a cosa allude la vignetta e perché consiste in un abuso di potere?

Con l’immagine il settimanale mette in risalto un problema italiano di cui abbiamo già parlato nello Zibaldone (vedi “Brexit: le banche al centro della bufera”): i titoli bancari soffrono a causa dell’alta concentrazione di crediti deteriorati e l’intero sistema appare fragile. “Fino a qui, tutto bene”. Il punto di quest’articolo non è tanto criticare che l’Economist si sia occupato di riportare un problema di cui è più che legittimo parlare, ma piuttosto che venga esasperata la gravità della questione, con una gestione impropria del potere mediatico; qui vi spiego perché.

Primo, il problema bancario è un problema europeo; isolare l’Italia ne complica la soluzione e distorce la realtà. Si, è vero, l’Italia ha un’altissima percentuale di crediti deteriorati, al 16.7% secondo la Europea Banking Authority; i NPLs non sono però l’unica unità per misurare la salute di un sistema bancario. La Germania affronta difatti la grande difficoltà dei derivati: solamente la Deutsche Bank conta nel proprio bilancio un 51.3% di crediti difficilmente liquidabili, pari a 14 volte il PIL tedesco. Passando poi al Regno Unito, difficile non parlare della situazione del settore immobiliare dopo il referendum, con una vendita dei soli immobili commerciali di 5 miliardi di sterline e 6 gruppi che hanno congelato i rimborsi delle quote; questo un settore da tenere sott’occhio, dati i recenti trascorsi. Molto altro si può dire di diversi paesi europei -ancora i NPLs in Portogallo o la bassa redditività bancaria in Austria- ma il punto è che tutti soffrono per i bassi tassi d’interesse e tutti hanno perso sul mercato finanziario. Eppure non vedo altre vetture nel precipizio.

Secondo, l’immagine produce un allarmismo che stona con l’attitudine adottata dai principali leader europei. Di nuovo, è vero che c’è chi, come George Soros sul The Guardian, ipotizza una crisi sistemica in caso di mancata soluzione del problema bancario italiano insieme al fallimento del referendum di ottobre; tuttavia, persino Angela Merkel dichiara di essere “del tutto convinta che la questione verrà ben regolata”, dichiarando poi: “Non vedo svilupparsi una crisi”. A questo si aggiunge l’opinione espressa di Padoan all’Ecofin, che parla di “percezione distorta” sui nostri istituti, e quella del banchiere centrale Ignazio Angeloni, che ribadisce che “non c’è un problema Paese” e che le sofferenze si concentrano solo in “alcune banche”.

C’è poi il discorso del diritto europeo in materia degli aiuti di stato alle banche, che potrebbe ostruire un’eventuale soluzione. Ancora una volta, verissimo che la BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) proibisce il sostegno dello stato alle banche, così come è vero che, secondo le regole del bail-in, lo stato possa intervenire per risanare una banca solamente quando gli investitori abbiamo già pagato la loro parte (il cosiddetto burden-sharing). Tuttavia, il diritto prevede deroghe in casi specifici: l’art. 45 della comunicazione UE al settore bancario parla di deroghe nel caso in cui sia “in pericolo la stabilità finanziaria” del sistema, mentre l’articolo 32 della direttiva sul bail-in del 2014 parla di intervento pubblico giustificato se di natura “precauzionale”, dopo che un particolare istituto risulta a rischio secondo gli stress test condotti dalla BCE; il caso vuole che uno stress test verrà condotto il 29 di questo mese.

Alla luce di queste informazioni, la situazione appare sì difficile, ma lontana dall’orlo di un burrone. Difatti, il negoziato tra Roma e Bruxelles procede con toni conciliatori e, con ogni probabilità, arriveranno notizie interessanti su questo fronte nei prossimi giorni, o eventualmente intorno al 29 luglio, data degli stress test. Il punto del negoziato sembra infatti essere quanto far pagare agli investitori e quanto ai contribuenti; molto probabile che, in ogni caso, venga accordato il lasciapassare a misure pubbliche. La fiducia degli investitori nell’intervento può essere misurata con l’andamento delle azioni dei titoli bancari italiani, che dai minimi del 6 luglio hanno registrato in borsa un +23.6%, salendo di più della media europea al +16%.

In conclusione, credo questa sia una buona occasione per riflettere su quello che significa detenere potere mediatico. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, ma non sembra che l’Economist abbia fatto fronte a queste responsabilità. Giusto da parte del settimanale parlare del problema dei crediti, sarebbe stupido nascondersi dietro a un dito; esagerato però dare rilievo al nostro problema con una copertina ad effetto con titolo “the Italian job”, che concentra un problema europeo su un unico paese, esponendoci ulteriormente a rischi e volatilità, esasperando la gravità del fenomeno e ostacolando la ricerca di soluzioni.

 Il potere ha una natura trasversale e assume diverse forme -difficile dire che lo Zibaldone possegga lo stesso potere dell’Economist– e, a mio avviso, la copertina di un giornale rimane un’arma, tanto quanto dichiarazioni politiche o capitale economico. In sostanza, non condivido l’uso del potere esercitato dal settimanale, lo trovo ingiusto o, più semplicemente, la questione si riduce al fatto che “il potere logora chi non ce l’ha”, come ha detto uno che di potere ne ha gestito parecchio.