Con la ragazza che studia Medicina, dovrò soppesare ogni parola di questo articolo; tuttavia, credo che l’argomento sia troppo interessante per non proporvelo. Le nanotecnologie si stanno infatti ricavando uno spazio sempre più rilevante nella medicina, ed è importante sapere quali possano essere le implicazioni pratiche e morali. Nell’articolo parlerò dunque delle applicazioni di queste tecnologie, che potrebbero plasmare la medicina del futuro.

Attenzione, però: non sto parlando di un futuro troppo lontano. Già oggi ci può essere chiesto di inghiottire minuscole telecamere o di permettere l’inserimento di elettrodi nella nostra materia celebrale. Questi due sono esempi di rozze, primitive nanotecnologie, che però stanno aprendo la strada a molte nuove applicazioni. I nanofarmaci più semplici sono particelle sferiche che trasportano un carico farmacologico (il cosiddetto “payload”); sono talmente piccoli che riescono ad attraversare la membrana cellulare e, una volta all’interno del bersaglio, rilasciano la medicina (il payload) che dovrebbe curarci. Spesso sono anche arricchiti con sostanze che si vedono sotto particolari frequenze (cioè se vengono illuminate da particolari lampade), o che si attivano solo quando vanno in contatto con le proprie cellule bersaglio. Ad esempio, si sta lavorando su dei nanobot (chiamati “punti quantici”) che dovrebbero illuminarsi in presenza di cellule tumorali sui linfonodi, o più in generale in presenza di determinate malattie. In questo modo basterebbe esporsi a quella luce particolare per avere la diagnosi del tumore o della malattia, e così poterle curare per tempo. Ovviamente, dimenticate chemio e radioterapia! Andrebbe affrontato con altre nanotecnologie che agirebbero sulle cellule cangerogene e cancerose.

I principali vantaggi sono che queste minuscole particelle agiscono direttamente sui propri bersagli, invece di disperdere le sostanze farmacologiche nel flusso ematico. In questo modo si risparmiano gli alti dosaggi che sono necessari con le attuali tecnologie, che così non risparmiano i tessuti sani. I nanobot potrebbero anche agire da minuscoli bisturi, indirizzando così la terapia verso cellule bersaglio specifiche e facilitando così il lavoro ai nostri chirurghi. Un’ultima applicazione che voglio citare è un gel, composto da tante nano strutture, che blocca in pochi secondi le emorragie interne organizzando in modo intelligente i propri componenti. Significherebbe che potenzialmente non dovremmo più preoccuparci degli ictus.

Ma non pensate che queste nanotecnologie siano dei robottini fatti di metallo: in realtà, la maggior parte della ricerca si sta concentrando sull’utilizzo di particelle organiche (o pseudo-organiche) come vettori del payload. In particolare, al momento sono usati virus e lisosomi, che hanno le belle proprietà di essere ben conosciuti, facili da riprodurre e di essere già stati sperimentati sugli animali e sull’uomo.

L’Italia è come sempre avanti nello sviluppo di robot e nella medicina; non può che essere uno dei paesi più avanzati al mondo se si combinano i due campi. Abbiamo infatti numerose eccellenze sparse sul nostro territorio (ahimé, inutile dirlo: sono tutte al Nord): andiamo dal NanoMIB, che ha sviluppato una terapia per la cura dell’Alzhaimer, al dipartimento di Medicina di Precisione dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) di Genova, che sta portando avanti con successo tre progetti: uno su un tumore finora incurabile, il glioblastoma, uno sul tumore alle ghiandole mammarie e l’ultimo su quello al colon-retto, che è tornato alla ribalta in quanto provocato spesso da un eccessivo consumo di insaccati. Non posso dimenticarmi del CEN di Milano, che ha ideato dei nanovettori per curare alcune malattie croniche renali.

Attenzione, però: non è tutto oro quel che luccica. Le possibili controindicazioni non sono moltissime, ma sono rilevanti. Innanzitutto, i nanobot contengono almeno un’anima di metallo, e c’è il rischio che questi metalli si accumulino nel sangue se mal gestiti. Un altro problema può venire dal cattivo uso di questi farmaci; se finissero nelle mani sbagliate diventerebbero uno strumento pericoloso, che verrebbe usato spesso per torturare o uccidere. Ovviamente, però, ogni tecnologia ha i propri pro e contro: non dobbiamo chiudere la porta a dei possibili avanzamenti medici solo perché abbiamo paura di ciò che succederà poi. Il timore per ciò che è sconosciuto ha già rallentato il progresso troppe volte. Anche perché è inutile dire come saranno controllati i produttori dei nanofarmaci, e che dalle attuali medicine si sintetizzano droghe che vengono usate per gli stessi scopi precedentemente citati.

Al contrario, vorrei sfatare un paio di indebite preoccupazioni. Primo: chirurghi, infermieri e farmacisti non perderanno lavoro. Anzi, si vedranno affiancati da validi aiutanti, e insieme combatteranno le malattie che ora ci piegano. Paradossalmente, queste nanotecnologie genereranno lavoro nei settori della medicina e delle biotecnologie, oltre a favorire la ricerca grazie alla loro continua raccolta di dati. Secondo: non credo che dobbiamo preoccuparci per la sicurezza di queste tecnologie, perché saranno iper-testate prima di essere messe in commercio. Quello che intendo è che non dobbiamo preoccuparci di venire divorati dall’interno da piccoli robot impazziti. Come sempre, le nuove tecnologie spaventano: pochi di noi si fiderebbero di lasciar guidare un’auto col pilota automatico. Eppure fra nemmeno vent’anni sarà del tutto normale (lo è già in certe zone degli USA). Quindi non facciamoci stroncare dalla paura e guardiamo fiduciosi al futuro. E per i timorosi di Dio: state tranquilli, perché nessuno ci toglierà alla nostra sacrosanta morte.