Il futuro del settore secondario è l’artigianato o l’industria? Fino a dieci anni fa, pochi avrebbero avuto dubbi: l’industria sembrava aver assunto un ruolo dominante, mentre l’artigianato andava assottigliandosi sempre di più. Eppure, qualcosa è cambiato. Ora Obama parla di “rinascimento manifatturiero”, e la clientela pretende un grado di personalizzazione che solo l’artigianato può offrire. “Fare è innovare – il nuovo lavoro artigiano”, di Stefano Micelli, è un saggio che parla proprio delle nuove opportunità di questo mondo. Cosa dobbiamo fare per cavalcare l’onda? Nell’articolo cercherò di rispondere a questa semplice domanda, avvalendomi degli spunti che mi ha offerto Micelli.

Prima di tutto, chiariamo alcuni equivoci: “artigiano” non significa “piccolo, a scarsa innovazione tecnologica e strettamente rivolto al mercato locale”. Quando parliamo di artigianato pensiamo subito alla botteghetta di 30 metri quadrati in centro a Vicenza, con dentro un signore mediamente anziano che non si aspetta di fare i milioni quel giorno. La situazione è in realtà molto più variegata, e gli esempi più interessanti vengono da quegli artigiani che si sono espansi, hanno saputo internazionalizzare e hanno coniugato alla loro abilità manuale anche degli strumenti tecnologici avanzati. Tanto per farvi qualche esempio posso citare le vicentine Loison, che esporta dolci da forno in tutto il mondo ed è stata una pioniera dell’e-commerce, e Ares Line, che ha digitalizzato buona parte della realizzazione delle sue poltrone e sedie. Entrambe usano Internet come un portale che le connette a clienti che prima non avrebbero mai potuto raggiungere, esportando un pezzettino di Made in Italy di qualità all’estero.

A tal proposito, Micelli dà cinque consigli agli artigiani:

  • “Racconta il tuo lavoro e il saper fare”. I clienti non vedono l’ora di vedere i dietro le quinte della produzione; nascono programmi televisivi apposta per mostrarci le fasi di assemblaggio o design di un prodotto (vedi Come è fatto – How it’s made). Se saprai raccontare bene la tua storia raggiungerai più clienti e probabilmente loro saranno disposti a pagare un premio per avere i tuoi prodotti;
  • “Investi sul Web e fatti trovare”. Il caso Loison parla già per sé. Ovviamente, la propria storia va fatta girare su Internet, possibilmente con il supporto di un team di esperti che se ne occupi;
  • “Punta sull’e-commerce”, perché apre porte che prima erano chiuse – anzi, di cui prima nemmeno conoscevi l’esistenza!
  • “Apriti a comunità di sperimentatori”. Ti aiuteranno a innovare e a imboccare strade che magari tu non avresti mai avuto il coraggio di intraprendere. La Loison fa ancora scuola: ha aperto un blog che raccoglie le ricette più originali da preparare con i propri panettoni, in modo che diventi un prodotto di consumo comune. All’estero ha avuto un grande successo, mentre noi italiani siamo troppo affezionati al panettone di Natale per mangiarlo in un altro periodo. Eppure la Loison si è ricavata uno spazio notevole aprendosi ai creativi;
  • Infine, “investi sul design”, perché è ciò che la clientela si aspetta da noi italiani, e perché aiuta a catturare l’attenzione sulle piattaforme di e-commerce.

Dunque Internet, design, story-telling e audacia sembrano essere gli elementi vincenti per un artigiano. Alcuni di queste caratteristiche appartengono anche all’anziano signore che sta nella sua botteghetta in centro a Vicenza, ma altre rivelano che c’è ampio spazio per i giovani. Un artigiano di successo deve parlare almeno un’altra lingua oltre all’italiano e deve saper cogliere le opportunità che ci offre la tecnologia del giorno d’oggi. Ciò non significa che le tradizioni e l’antico saper fare debbano essere spazzati via; anzi, devono coesistere con il nuovo che avanza. Altrimenti che storia raccontiamo ai russi che vengono a trovarci? La tecnologia, se usata correttamente, può migliorare il lavoro umano e arricchire l’azienda. La Baldi, noto mobilificio fiorentino, offre opzioni di personalizzazione online dei propri mobili di lusso. In questo modo non necessita di cataloghi, può mostrare i propri prodotti in qualsiasi angolo del mondo che sia dotato di una connessione Internet, non spreca materiali producendo pezzi che non andranno mai venduti, perché tutto è su misura. Last but not least, il cliente è super soddisfatto e può vantare di possedere un pezzo unico dentro al proprio salotto. La standardizzazione, tanto osannata negli scorsi 150 anni, sta lentamente passando di moda.

Tutto ciò ci mostra che essere artigiani richiede doti fuori dal comune: bisogna saper interfacciarsi con clienti sempre più esigenti, raccontare loro la storia dei propri prodotti (magari in una lingua che non si conosce perfettamente), saper sfruttare la tecnologia e offrire oggetti di design. Eppure, l’artigianato è visto spesso come un lavoro di serie B; le scuole tecniche perdono iscritti a favore dei licei, ma dopo il liceo non molti riescono a prendere una laurea, anche perché probabilmente credono che lo studio non faccia per loro. Risultato? Alta disoccupazione, molta demotivazione e risorse sprecate.

Dobbiamo recuperare in fretta gli istituti tecnici d’eccellenza e valorizzare il lavoro artigiano, che ci porta tanto onore all’estero. Questa è la sfida delle classi politiche di oggi e di domani, oltre che di noi comuni cittadini. Un settore secondario ben oliato farebbe da volano all’economia europea, dandoci respiro rispetto alla concorrenza. E dopo che Jack Ma, fondatore di Alibabà, ha detto che i tarocchi cinesi sono meglio dei nostri originali è meglio darsi una mossa.