L’associazione di cui faccio parte (VII – Voce Imprenditori Italiani) ha organizzato la presentazione del nuovo libro di Marina Puricelli, professoressa di Economia Aziendale in Bocconi. Il titolo cattura l’attenzione dei giovani studenti di economia, come il sottoscritto: “Il futuro nelle mani – viaggio nell’Italia dei giovani artigiani”. È un saggio che racconta le storie di imprenditori fra i 30 e i 40 anni che si sono fatti strada in Italia, raccogliendo le testimonianze dirette dai protagonisti. Ci offre quindi una serie di spunti molto interessanti sulla condizione dell’economia italiana e sulla possibilità per noi giovani di costruire un’impresa. Qui di seguito vi proporrò alcuni di questi spunti, riprendendo le storie che ci racconta la Puricelli.

Parto da un presupposto: gli imprenditori che compaiono nel libro non sono ricchi milionari da comparare a Zuckerberg o Musk; nella maggior parte dei casi sono piccoli imprenditori con un fatturato che si aggira intorno al milione di Euro. Tanti hanno ereditato l’azienda di famiglia, alcuni ne hanno aperta una da zero. Nonostante le storie siano molto diverse fra loro, ci sono delle costanti che ricorrono lungo tutto il libro: il ruolo centrale della famiglia (che si oppone o che spinge, ma che quasi mai manca), il conciliare tradizione e innovazione, la dubbia importanza dell’educazione universitaria, la tanta, tantissima voglia di fare di questi ragazzi. Ho già messo troppa carne al fuoco; qualsiasi studente sarà saltato sulla sedia leggendo il terzo punto, e quindi è meglio che lo chiarisca subito. Il libro suggerisce che sì, l’università è importante, ma che probabilmente non determinerà il successo di un imprenditore. Questi ragazzi hanno scelto spesso l’università sotto casa per poter lavorare in azienda il pomeriggio o la sera, e iniziare così a mettere le mani in pasta. Tanti non l’hanno nemmeno iniziata, perché probabilmente non ne sentivano il bisogno. È il caso, ad esempio, di Alberto Facchin, uno dei due vicentini intervistati, che dirige la Facchin Imballaggi di Recoaro. Ci è entrato dopo aver finito gli studi alla ragioneria, ma è affiancato dalla compagna, che invece si è laureata in Economia a Verona. Insomma, un team che unisce il know-how acquisito sul campo alla capacità di pensare più in grande (e magari di essere più aggiornati sulle tecnologie, i mercati e i metodi di direzione aziendali). E infatti i clienti sono aumentati del 15% nel 2014, nonostante la performance non buona dell’economia. Riassumendo: l’università può dare una marcia in più, ma non è strettamente necessaria per fare impresa.

Ciò che invece è veramente necessario è la passione per il proprio lavoro: è questo che determina veramente il successo della propria attività, e che la fa fiorire in un panorama forse non idilliaco. Tutti i ragazzi intervistati hanno un’idea ben precisa in testa, e la portano avanti con tutte le loro energie. Una delle mie storie preferite è quella della Nannoni Grappe, un’azienda guidata da una giovane donna, Priscilla Occhipinti, che ha sede in Maremma. Priscilla credeva di avere già il destino scritto: da figlia di pneumologa, avrebbe dovuto iscriversi a Medicina dopo aver finito il Liceo Classico, così da seguire le orme materne. E invece è andata diversamente: nonno Gioacchino fonda la distilleria nel 1973, e questa attività assorbe piano piano la ragazza; finito il liceo, si iscrive ad un corso di Enologia e inizia a seguire con più attenzione i passi del nonno. Tant’è che invece di cominciare Medicina rileva l’attività, che ora conduce con una passione indescrivibile. Dal racconto che ne fa la Puricelli, mi è venuta voglia di andare alla Nannoni per assaggiare le loro grappe, nonostante qui a Vicenza non manchino i concorrenti. E questa è la prova che tante voglie è meglio dare retta alle proprie passioni piuttosto che a ciò che ti dice, più o meno esplicitamente, la famiglia; magari Priscilla sarebbe stata un’ottima pneumologa, ma io non avrei conosciuto la Nannoni Grappe.

Qui mi collego per l’ultimo punto. Il libro è davvero scritto bene, tanto che quando ho mostrato una pagina alla mia ragazza mi ha chiesto che romanzo fosse. Ma ciò che mi ha fatto leggere il libro in solo due sere è stato l’ottimismo che è infuso a piene mani nelle parole della Puricelli. Nonostante ciò che dicono i media, fare impresa in Italia è assolutamente possibile. A patto che si abbia passione, non è nemmeno necessario delocalizzare, fondare la start-up tecnologica o trasferirsi in una metropoli per fare affari: la maggior parte dei ragazzi intervistati viene dalla provincia e ha continuato i lavori della tradizione, seppur rinnovando l’azienda. A fianco dei makers abbiamo ancora – per fortuna – i “vecchi” artigiani, quelli che producono scarpe, vestiti o mobili su misura per qualsiasi fascia di clientela. “Il futuro nelle mani” è un manifesto all’ottimismo, e deve essere letto da più persone possibile. Abbiamo bisogno di dare fiato alla nostra economia, e per farlo non possiamo solo affidarci a tagliare i costi delle pensioni, della politica e dei settori pubblici. Dobbiamo concentrarci sul creare valore, e per farlo abbiamo bisogno di una potente sinergia fra le vecchie e le nuove generazioni, proprio in stile Nannoni Grappe. La Puricelli ci sta davvero consegnando “il futuro nelle mani”; a noi non resta che coglierlo.