Sin da bambini ci viene insegnato che la globalizzazione è un fenomeno positivo; senza capirne i motivi, intuivamo che portava benessere economico e che potevamo avere giocattoli che altrimenti non avremmo mai visto. Tuttavia, la globalizzazione è tornata alla ribalta del dibattito pubblico dopo le sparate dei vari Trump, Sanders, Farage & Co, che puntano a chiudere parzialmente le frontiere e a governare più rigidamente il commercio. Noi europei abbiamo fatto mille polemiche sul trattato transatlantico (conosciuto come TTIP) e stiamo tentando in ogni modo di chiudere le nostre frontiere al transito delle persone. In un certo senso, il mondo occidentale sta ripensando il diritto di libera circolazione di merci e persone. Forse, la storia può insegnarci qualcosa.

Non tutti sanno, infatti, che la prima (e più grande) globalizzazione è avvenuta nel diciannovesimo secolo, ed è terminata rovinosamente con la Prima Guerra Mondiale. Dopo la fine delle guerre napoleoniche, gli stati europei iniziarono ad eliminare le tasse sul commercio internazionale che avevano imposto negli anni di conflitto. Nello stesso periodo si svilupparono tecnologie che permettevano di ridurre enormemente i costi di trasporto: pensiamo alle navi a vapore, che resero possibile la prima attraversata transatlantica a scopi commerciali nel 1830, oppure alla ferrovia, che si sviluppa proprio nella prima metà del secolo. Di per sé questi cambiamenti sarebbero già stati sufficienti per creare un’esplosione commerciale, eppure ci si aggiunse pure l’apertura del canale di Suez (1869), che aprì le porte dell’India. Per darvi un’idea della portata di questa innovazione, vera e propria perla dell’ingegneria dell’epoca, pensate che la distanza fra Londra e Bombay fu quasi dimezzata.

Insomma, cambiamenti epocali portarono ad un commercio internazionale più forte e maturo. Come spesso accade, alle merci seguono gli uomini: l’Ottocento è anche il secolo in cui iniziano le grandi migrazioni transatlantiche. Con queste iniziano a manifestarsi i problemi della globalizzazione: è vero che ci sono nuovi prodotti (quindi più possibilità di consumo), che i prezzi si abbassano a causa della più forte concorrenza, che ci sono meno carestie grazie alla maggiore integrazione dei mercati, eppure – che sia mai! – i salari cominciarono a diminuire, e i settori dei prodotti importati andarono in forte crisi. Come avviene anche oggi, gli immigrati si offrivano perlopiù come manodopera scarsamente specializzata, per nulla istruita e a basso costo. Inevitabilmente questi venivano preferiti ai più costosi (ma mediamente più preparati) nativi, che quindi iniziarono a protestare. Era la prima volta che dovevano affrontare una concorrenza internazionale anche per proteggere il proprio posto di lavoro. Ulteriore fonte di malcontento fu la diminuzione del salario medio, dovuta sia al calo dei prezzi che all’entrata di manodopera a basso costo. Tutti questi fattori portarono molti stati alla chiusura progressiva dei propri confini e al deterioramento dei rapporti internazionali, che poi sfociarono nella Prima Guerra Mondiale.

La storia che vi ho raccontato vi ricorda qualcosa? Mi sembra di vedere ciò che sta succedendo ora in Europa. Ovviamente, NON credo che si arriverà ad una guerra, ma mi pare evidente che la globalizzazione sia messa di nuovo sul banco degli imputati. Di cosa è accusata? Le stesse cose dell’Ottocento: immigrati che rubano il lavoro, concorrenza ai settori di importazione, regolamentazione del commercio internazionale quasi impossibile (tant’è che sentiamo degli scandali di Panama, delle multe a Apple e Google perché non pagano le tasse in Italia, etc). In più, aggiungiamoci la paura del terrorismo islamico, e otteniamo una miscela pericolosamente instabile. Gli Stati di fine Ottocento hanno gestito molto male la questione, probabilmente a causa della loro inesperienza in materia. Oggi mi aspetterei una risposta più matura da parte sia dei cittadini che dei governi. Chiudere le frontiere è sbagliato, ma è altrettanto sbagliato permettere alle multinazionali di eludere le imposte nazionali con giochetti fiscali. In un sano capitalismo, la competizione c’è ed è equa; non esiste che i tassisti di Uber e gli “albergatori” di AirBnB non paghino le tasse, mentre i normali tassisti e albergatori le pagano regolarmente. Una stessa attività è tassata in modo diverso, e non mi sembra un buon esempio di capitalismo.

Dunque, il problema sta nel regolare in modo più attento il commercio internazionale. Una bella gatta da pelare, visto che noi europei non abbiamo un vero ente sovranazionale. So che per me il federalismo è la panacea di tutti i mali, e che ormai vi sarete stancati di questa mia posizione, però penso che anche in questo caso sia l’unica soluzione possibile. Come dico sempre, a problemi sovranazionali servono risposte sovranazionali.