La settimana scorsa ho deciso di cimentarmi con un libro che parla di filosofia digitale, una branca relativamente giovane della filosofia che trova però molte applicazioni in informatica, fisica, biologia e molte altre discipline. “Bit Bang”, di Giuseppe O. Longo, è un saggio veramente denso, di quelli che riempi di scarabocchi per orientarti nel marasma di informazioni. E proprio di informazioni si parla nel libro; nell’era di Facebook e Internet, poi, è fondamentale cercare di capire davvero cosa sia l’Informazione, sotto ogni punto di vista. La filosofia digitale mi ha aiutato a fare chiarezza in un mondo come quello dell’informatica, in cui, francamente, mi sento un profano. Nell’articolo cercherò di spiegare cosa sia l’Informazione, e quale sia la sua importanza. La filosofia digitale è estrema sotto certi aspetti, quindi aprite le vostre menti e siate pronti ad eventuali stravolgimenti.

Un primo punto di rottura rispetto alla tradizione viene dalla fisica, che ci aveva sempre insegnato che tutto è materia ed energia. La filosofia digitale accosta a questi due concetti l’informazione, perché non c’è materia e non c’è energia senza informazione. Quale parte della Trinità è più importante? Dipende: alcuni pensatori credono che l’informazione possa esistere anche senza energia e/o materia, e quindi sarebbe lei la regina. Altri invece le collocano a livello paritario, perché probabilmente l’informazione non viaggia senza materia ed energia. Il “probabilmente” si svela che io mi colloco al fianco della seconda scuola, ma c’è un bel dibattito sull’argomento.

Dal punto di vista della biologia, la filosofia digitale sostiene che ci sia una sorta di codice dietro ad ognuno di noi (e che quindi noi siamo prima di tutto informazione; cosa difficile da smentire, visto che siamo scritti da qualche stringa di DNA, che altro non è che informazione), e che ci sia un “Grande Programmatore” che comanda la genesi di ogni cosa. C’è di più: l’universo è un “Grande Computer” che computa, emana e riceve continuamente informazioni – i famosi “bit”. E qui torniamo a modificare la fisica: secondo la filosofia digitale, la particella che sta alla base di ogni fenomeno è il bit, non più il quanto. Esso è la minima informazione che permette di distinguere una cosa dall’altra. I filosofi ci dicono che se vogliamo capire cosa sia la vita dobbiamo concepirla come una tavoletta su cui sono stati incisi miliardi di caratteri diversi, ossia i bit; l’arché (origine) della vita non sono quindi né il fuoco, né l’acqua, né qualsiasi altra causa che non sia l’informazione. L’informazione dà origine alla vita, ed è, in realtà, la vita stessa! Vi sfido a trovare qualcosa che non contenga informazione, o che alla propria base non abbia informazioni. Una reazione chimica, un impulso nervoso, una fattura, la musica, un comportamento: tutto è informazione, e tutto computa. Sostanzialmente abbiamo degli algoritmi (chimici, biologici, fisici, sociali) che regolano la nostra vita e ciò che facciamo.

Una questione interessante, che forse corrobora questa tesi, è che ci sono molti oggetti in natura che sono replicabili in modo molto semplice da un algoritmo sul computer. Ad esempio, c’è una conchiglia che presenta molti triangoli nel disegno del guscio; la stessa configurazione si può ripetere con un algoritmo al computer. Forse Dio è un programmatore, e nessuno se ne è accorto finora. La metafisica digitale non si interessa a chi sia il creatore del nostro universo: le basta affermare che l’universo stesso è un Grande Computer, e che tutto computa (cioè svolge algoritmi). Non pensate che un algoritmo sia per forza una stringa sul computer: è semplicemente un processo che contiene molte informazioni, e si svolge in base a cosa comandano queste ultime. Credo si possa affermare senza troppe polemiche che una reazione chimica e il nostro DNA siano algoritmi; un’idea semplice, dunque, che però manda in pensione Darwin e molti grandi monoliti della scienza. I filosofi digitali screditano persino il grande Galilei, secondo cui il mondo è un libro scritto da strutture geometriche semplici. Al contrario, credono che l’universo sia una sorta di gigantesco programma, e che non ci sia nulla che si ripete. I bit prendono sempre configurazioni diverse, e per definizione sono la minima particella che differenzia uno stato dall’altro (bianco-nero, sì-no, 0-1, …). Non tutti sono d’accordo, ma alcuni filosofi digitali credono che gli schemi che si ripetano in natura siano i frattali, conformazioni molto complesse e mutevoli, ma facili da generare con un algoritmo al computer.

Mi avvio alle conclusioni. Abbiamo capito che tutto è informazione, tutto computa e tutto è algoritmo. Il bit, particella fondamentale dell’informazione, affianca il quanto alla base del nostro universo: non c’è quanto senza bit e non c’è bit senza quanto. In sostanza, il bit è la parte ontologica del quanto, ossia ciò che esplica la sua natura (infatti ne porta l’informazione). Se fossimo tutti d’accordo su questo punto potremmo iniziare ad usare il computer come mezzo per decifrare la realtà: chi meglio del calcolatore per eccellenza può decifrare gli algoritmi che stanno alla base dell’universo? Gli scienziati hanno già cominciato a battere questa strada. Per esempio, sono riusciti a decodificare e prevedere il comportamento in volo degli stormi di alcune specie di uccelli, che fino ad allora rimaneva misterioso. Inserendo qualche comando nel computer si possono ottenere simulazioni del fenomeno osservato nella realtà, e quando se ne ottiene la copia perfetta si trovano gli algoritmi che regolano lo svolgimento di quel fenomeno, permettendo di comprenderlo davvero.

La potenza dell’informatica potrebbe essere al servizio dell’uomo: si potrebbero spiegare malattie misteriose, fenomeni fisici indefinibili, reazioni chimiche che non obbediscono alle regole fissate; forse persino i comportamenti delle masse o di un singolo. Tuttavia, sta a noi cogliere quest’opportunità e non farci spaventare dai rivolgimenti che porta la filosofia digitale. So che non è facile accettare di essere scritti da un algoritmo – forse nemmeno troppo complicato – ma ce ne dovremo fare una ragione.