Brexit è oramai entrata nella storia: la Gran Bretagna lascia l’Unione Europea e Nigel Farage, leader dell’UKIP (United Kingdom Indipendence Party), festeggia quello che definisce “il giorno dell’indipendenza”, mentre nella sessione straordinaria del Parlamento europeo il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker gli dedica un “che ci fai ancora qui?”.

 Un aspetto interessante della faccenda è però l’effetto sui mercati: i media si concentrano sul calo storico della sterlina (-8.48%), ai minimi dal 1985; il tonfo delle borse europee, che ha mandato in fumo nella sola giornata di venerdì circa 635 miliardi di euro; la particolare sofferenza di Piazza Affari, che sempre il 24 giugno registra la sua peggior seduta di sempre con un calo del 12.48%, di gran lunga peggiore dell’11 settembre 2001 (-7.57%).

Queste statistiche riguardano però indici generali e non informano su una domanda che spesso sfugge agli analisti economici: chi sta pagando il prezzo più caro? La risposta è secca: le banche. I titoli bancari sono al momento il migliore strumento per comprendere chi soffre di più dalla scelta del popolo inglese, surclassando di gran lunga il celebre “spread” che ci ha accompagnato negli anni della crisi. Il motivo? Il programma di quantitative easing (QE) promosso da Mario Draghi, a capo della Banca Centrale Europea (BCE).

Il QE, avviato nel marzo 2015, prevede l’acquisto di titoli di stato con l’obiettivo di immettere liquidità nel sistema economico e con l’effetto di abbassare i tassi d’interesse. A causa del programma la domanda per i bond statali rimane alta e i loro rendimenti non si impennano: non avendo la necessità di convincere gli acquirenti a comprare i propri bond, gli stati non promettono tassi d’interesse ingenti sul credito ricevuto. La conseguenza è che, nonostante Brexit abbia avuto un effetto negativo sulla credibilità del progetto europeo, causando la vendita di bond dei paese più a rischio, come l’Italia, a favore dell’acquisto di titoli dei paesi più stabili, come la Germania, lo spread non si è neanche lontanamente avvicinato ai 552 punti del novembre 2011. Infatti, il 24 giugno, il “day after tomorrow”, l’Italia ha inizialmente visto un’impennata dello spread a 180 punti, per poi chiudere a 153 a fine giornata grazie all’intervento della BCE.

A tornare ai livelli della crisi non è tanto lo spread quanto l’indice europeo delle banche che, con il 5% perso lunedì, si trova nella stessa situazione del 2011. Dal 23 giugno le banche europee hanno perso il 21% di quotazioni, con l’Italia davanti a tutti: il calo medio registrato è del 29.97%. Perché? A spiegare la sofferenza delle banche possono essere i bassi tassi d’interesse causati dal QE, che sottraggono una considerevole fonte di reddito agli istituti di credito, o le nuove regole di bail-in promosse dalla Commissione europea: il peso di un eventuale fallimento bancario ricadrà su azionisti e creditori e non sullo stato e i contribuenti; l’intervento pubblico è proibito e tutto questo spaventa gli investitori. E come decifrare la particolare difficoltà di Piazza Affari? Primo, è conseguenza della natura banco-centrica della nostra Stock Exchange e, secondo, deriva dalla difficile realtà dei crediti deteriorati: secondo l’European Banking Authority questi ammontano al 16.7% in Italia; numeri da capogiro se confrontati con quelli della Germania (3.4%), dell’Olanda (2.9%), della Francia (4.3%) o della Spagna (7.1%).

Come contrastare il fenomeno? Un primo passo deve sicuramente muoversi nella direzione di un segnale politico: l’Unione Europea deve spingere per la conclusione dell’accordo previsto dall’art.50 del trattato di Lisbona, in modo da garantire saldezza ai mercati, a dispetto delle priorità dei Tories, che rimandano infatti le trattative ad ottobre. Questa rimane però una proposta difficilmente realizzabile, poiché l’Unione deve attendere la notifica del parlamento inglese per innescare il divorzio. A questo punto, la migliore risposta politica diventa la dimostrazione di unità e integrazione: la sessione straordinaria del Parlamento europeo di lunedì e la riunione del Consiglio europeo di martedì sono quindi rassicuranti.

In secondo luogo, la Commissione europea deve tener conto delle circostanze straordinarie e allentare le regole sugli aiuti di stato alle banche. I trattati riconoscono il principio di neutralità del diritto nei confronti della proprietà pubblica e privata; ne consegue che, se un intervento pubblico segue la stessa logica di un intervento privato, questo non è proibito dalle regole dell’UE. Su questa base, e attraverso lo strumento del Fondo Atlante, l’Italia deve cercare di risolvere il problema dei crediti deteriorati, favorendo la quotazione delle proprie banche sui mercati. Inoltre, interventi di questo tipo non entrerebbero a far parte del deficit pubblico ma sarebbero piuttosto contabilizzati come investimenti strutturali, desiderati da Bruxelles stessa.

Infine, ragionando nel medio-lungo periodo, la risposta fondamentale a Brexit deve essere il completamento dell’Unione Bancaria. Costruito sui pilastri della sorveglianza comune, del fondo di risoluzione condiviso e sul sistema di garanzia dei depositi europeo, il progetto oggi può fare affidamento solo sulla prima delle tre colonne. Fino a quando il fondo di risoluzione non sarà operativo e mancherà una garanzia comune sui depositi, gli investitori continueranno a diffidare della solidità delle nostre banche, penalizzando in particolare l’Italia e spostando il problema dello spread dai titoli di stato ai titoli bancari; prendendo gli ultimi come misura di riferimento, il risultato è una crisi finanziaria che rimane sostanzialmente uguale a quella di cinque anni fa.

Mentre le dichiarazioni, i vertici e le apparizioni pubbliche promuovono sicuramente l’immagine di un’Europa forte e solidale, non deve mancare il lavoro duro di condivisione e riduzione del rischio. La via è piuttosto chiara e gli obiettivi non mancano: sta alla politica ritrovare una linea comune e reagire, dando una risposta concreta a chi scommette contro la nostra Unione.