Ho da poco finito di leggere “Le infiltrate – ragazze e tecnologia, stereotipi e opportunità” di Nicola Palmarini. Mi era già capitato di leggere il suo penultimo libro, “Boomerang”, che parlava dei motivi per cui la tecnologia non ha ancora cambiato il mondo nel modo in cui ci aspettavamo. Come il precedente, anche “Le infiltrate” è stato un piacere. Ci sono persone – beate loro! – che hanno il dono della scrittura, e Palmarini è una di queste.

Non voglio dilungarmi più di cinque righe sugli aspetti stilistici, perché il libro tratta un argomento delicato e offre molti spunti di riflessione. Qui ve ne riporterò qualcuno. Innanzitutto: quante ragazze conoscete che lavorano nel mondo dell’informatica, sia hardware che software? Probabilmente si contano sulle dita di una mano. Addirittura a me non ne viene in mente neanche una! Il mondo della tecnologia si è trasformato in un mondo prettamente maschile e il trend sta diventando sempre più evidente. Uno dei primi codici mai inventato è stato scritto da una donna, Ida Rhodes, nei primi anni ’50; nel 1965, Mary Allen Wilkes costruisce il primo computer domestico della storia; nel ’74, Lorinda Cherry crea il primo antenato dei programmi che oggi ci correggono i testi quando sbagliamo (sì, proprio quelli che eliminano ogni mio errore, così che voi non troviate strafalcioni). Questi sono solo alcuni degli esempi di come le donne abbiano partecipato attivamente allo sviluppo dei computer e di Internet. Tant’è che negli anni Ottanta le iscrizioni delle studentesse alle università tecnologiche erano di più che non oggi, sebbene le cosiddette discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) stiano diventando sempre più importanti. Cos’è successo, nel frattempo? Qual è stato il meccanismo che è andato storto?

Ovviamente, è difficile da spiegare. La principale molla che ha spinto questo meccanismo è stata, secondo Palmarini, la creazione della cultura dei brogrammer, che non sono altro che il prototipo di programmatore nerd americano, che beve Red Bull e lavora tutta la notte. Questi brogrammer tendono ad essere molto settari e chiusi alle ragazze, che devono dimostrare di essere nettamente migliori di loro per essere incluse nel gruppo.

Ora archivio la storia per passare alle questioni più scottanti: come risolviamo il problema, e perché dovremmo farlo? Parto da quest’ultima domanda, che è relativamente più facile da affrontare. Do per scontato che tutti siamo d’accordo sul garantire pari opportunità a uomini e donne – significa che dobbiamo smettere di pensare che la tecnologia o la matematica siano una cosa da uomini, che i genitori dovrebbero far capire alle proprie figlie che ci sono altre strade oltre all’avvocatura, l’economia e le scienze mediche, che una donna che programma non vale meno di un uomo – ma ci sono ragioni più concrete per cui è bene aprire il mondo delle STEM alle ragazze: i buoni risultati della Golfo-Mosca (di cui ho già parlato qui) suggeriscono che inserire donne nei CdA abbia fatto bene alle imprese. Non perché le donne siano più brave degli uomini, ma perché semplicemente ci sono più vedute contrastanti e nuovi punti di vista. Fra l’altro, come Palmarini sottolinea nell’ultimo, fantastico capitolo, la Quarta Rivoluzione Industriale sta aprendo molte porte anche a chi è senza mezzi o è costretto ad arrangiarsi, grazie all’inclusività di Internet. Basta che non chiudiamo loro di nuovo le porte in faccia! Per ora, sembra che nel mondo nascano 1200 start-up femminili al giorno; sembrerebbe quindi che stiamo andando nella giusta direzione, ma staremo a vedere. In più, il coniugare design ed arte, di padronanza tipicamente femminile, con le discipline STEM (che purtroppo, come abbiamo visto, sono dominio maschile, e non tanto per colpa delle donne) crea prodotti fantastici. Pensate all’iPhone, o, per stare sui software, a Mailchimp, un sito che fornisce newsletter personalizzate: sono funzionali e allo stesso tempo molto belli esteticamente; un successo, insomma!

Capito che ci conviene includere le donne nel mondo dell’informatica, rimane ora il problema più importante: come possiamo farlo, concretamente? Sopra ho già abbozzato qualche idea: i genitori devono smettere di trattare le proprie figlie come se non potessero assolutamente intraprendere una carriera nelle discipline scientifiche, i ragazzi devono smettere di fare i bulletti, e le ragazze devono credere un po’ di più in loro stesse. Un altro paio di buone idee – valide per ogni settore, non solo per l’informatica – sarebbero garantire lo stesso stipendio ad un uomo e ad una donna (magari garantendo la trasparenza sui salari) oppure incentivando lo “smart working”: più lavoro da casa e più part time, permettendo alle donne di organizzare meglio i propri impegni. Inoltre, è tempo che anche gli uomini si diano da fare a casa, prendendosi i dovuti congedi parentali. Il governo italiano sta lavorando in questo senso (vedi S24O 26 aprile 2016, Claudio Tucci), e mi sembra che ci sempre più consapevolezza sia da parte delle ragazze che dalla società, in generale. Chissà che questa volta sia la volta buona.