L’Africa è un continente affascinante e misterioso, ancora tutto da costruire. Per questo motivo molte aziende da tutto il mondo stanno portando capitali negli stati del continente nero, consapevoli che troveranno molte opportunità ghiotte. Mentre l’Europa cresce del 2% annuo, abbiamo a poche centinaia di chilometri un gigantesco pozzo di soldi.

Tuttavia, noi occidentali siamo profondamente ignoranti in alcune questioni; una di queste è sicuramente la storia africana, che l’imperialismo europeo ha scrupolosamente cancellato. Quanti di noi conoscono i ricchissimi imperi del Mali, d’Etiopia, di Axum, il leggendario porto di Mombasa o l’antica Grande Zimbabwe? Sinceramente, io no (prima di documentarmi per questo articolo).

Il fatto che tutto il mondo occidentale considera l’Africa come un continente privo di storia, ma ricco di opportunità economiche, ha portato molte aziende a fare shopping nelle campagne africane. 40,000 ettari di qua, 60,000 ettari di là, e ogni anno 45 milioni di ettari finiscono nelle mani di compagnie di tutto il mondo. Piano piano ci stiamo comprando l’Africa. Tuttavia, queste acquisizioni spesso si rivelano essere un peso per le popolazioni indigene (dal “fardello dell’uomo bianco” al “fardello dell’uomo nero”), perché le multinazionali devono riuscire a fare profitti dal land grabbing. Troppe volte si cominciano progetti mastodontici che non vengono nemmeno portati a termine, lasciando così le terre incoltivate.

Come possiamo essere sicuri che un nostro investimento porti effettivamente benefici al popolo africano? Innanzitutto, scegliete con cura lo stato: ci sono paesi, come Niger e Nigeria, in cui la mafia domina su molti affari, e spesso con la connivenza del governo. In questi paesi non potrete evitare di pagare il pizzo, piuttosto che un banale pedaggio per raggiungere il Lago Ciad dalla parte nigerina.

Poi, accompagnare un investimento in un’attività ad un investimento per la comunità. Ad esempio, donare 10,000€ ad un ospedale o ad una scuola porta sicuramente un grande beneficio alla comunità, che quindi vedrà di buon occhio l’azienda che vi si è installata.

Se volete entrare in Africa in modo responsabile, trovatevi qualche socio del posto. L’Europa è piena di immigrati di lunga data o di seconda generazione (ora ingegneri, meccanici, architetti, anche medici: ce n’è per tutti i gusti) che non vedono l’ora di tornare in patria e creare benessere anche laggiù. Trovatelo, e avrete una spalla importante: uno che probabilmente ha ancora parte della famiglia nella comunità in cui ci si innesta, e che conosce perfettamente le regole (e i settori) per investire in modo intelligente e corretto nel proprio paese.

Infine, bisogna dotarsi di una prospettiva di lungo termine, così da rafforzare il rapporto commerciale con l’Africa. Se ogni imprenditore e ogni board agissero responsabilmente, il continente nero potrebbe esprimere tutte le proprie potenzialità. Stiamo parlando di un’area che ha il 75% delle risorse fondiarie inutilizzate in tutto il mondo, con la manodopera che ha costi molto bassi e uno sviluppo umano insignificante. Come ho scritto prima, è tutta da costruire: Hegel, nel 1831, scrisse che l’Africa “non presenta alcun movimento o sviluppo, alcuno svolgimento proprio”. Insomma, è tutta potenza inespressa.

Ho parlato finora solo di cosa possiamo fare noi europei, perché “aiutiamoli a casa loro” non sia solo uno slogan ma diventi anche qualcosa di concreto. Tuttavia, è innegabile che serva anche un clima in cui si possa investire in modo tranquillo e trasparente. Gli africani devono acquisire consapevolezza, e iniziare a lottare contro i soprusi che li opprimono ogni giorno. Via le mafie, via il terrorismo, via alcuni regimi senza scrupoli (altri è meglio lasciarli dove stanno finché non si placano le acque). Come ho già scritto nel post su “La crescita felice”, il segreto è dare una speranza alla popolazione: finché i giovani africani restano a casa a bere il the, è ovvio che approfitteranno della prima occasione che gli capita sotto tiro. Dobbiamo arrivare prima noi dei terroristi, tutto lì. A mio parere, l’occupazione e la consapevolezza la si acquista solo grazie all’educazione, e quindi la strada maestra sarà costruire scuole e riempirle di studenti. Dopo che è stato condonato il debito a molti stati africani nei primi anni 2000, le autorità hanno imposto al continente di impegnarsi per spendere parte dei prestiti in opere sociali. La situazione sta migliorando, piano piano: strade di asfalto o di cemento, ospedali sempre più diffusi, abolizione delle tasse scolastiche sulle elementari, addirittura la prima metropolitana africana ad Addis Abeba.

Insomma, l’Africa inizia ad esprimere il proprio potenziale, e sicuramente non smetterà a breve. Se cominciamo a credere nel continente nero e a capirlo, possiamo stare certi che avremo trovato un valido alleato per far ripartire l’economia mondiale. Non solo: grazie alle sue terre incolte, è un potenziale granaio che potrebbe sfamare tutto il mondo. Anche in questo caso, però, servono le nostre tecnologie e abilità. Se operiamo senza pregiudizi e senza la strafottenza di essere superiori, o che gli africani abbiano bisogno di noi (cosa che TUTTI noi europei tendiamo a pensare, me compreso). Invece, dovremmo entrare nell’ordine di idee che l’aiuto è reciproco: noi aiutiamo loro e loro aiutano noi, in una logica win-win che non può che giovare alle nostre economie.

CONSIGLI DI LETTURA: se siete interessati alla parte teorica di quest’argomento, il Limes di dicembre 2015 farà al caso vostro. Dal punto di vista geopolitico non manca veramente nulla, e in più c’è una bella analisi sul debito statale africano. Se invece voleste cimentarvi con un bel romanzo, provate Cuore di tenebra di Joseph Conrad (ancora meglio la versione originale: Heart of Darkness). L’autore era un marinaio che aveva viaggiato molto nel corso della sua vita, e in questo libro racconta la sua esperienza mentre risaliva il fiume Congo. Fa riflettere molto sul rapporto fra bianchi e neri, e rappresenta anche un modello di commercio di cui ci dobbiamo sbarazzare se vogliamo far crescere l’Africa (ed evitare di venire inghiottiti dalla jungla).