Il Veneto, in passato, è stato un territorio fondamentalmente dedito all’agricoltura e al commercio. Quando la Serenissima raggiungeva l’apogeo, Venezia, Verona, Padova, Vicenza, Bassano, Asolo, Cittadella, Treviso e un’infinità di altre città si abbellivano, tanto che oggi il Veneto ospita un gran numero di opere protette dall’UNESCO ed è la regione che riceve più turisti in Italia, staccando di oltre 15 milioni di visitatori la seconda regione (Trentino-Alto Adige). Tuttavia, non ce la siamo sempre passata bene, anzi. Dopo la caduta della Serenissima il Veneto diventa oggetto di contesa fra vari stati, che se lo passano come merce di scambio. Ovviamente, questo non giovava all’economia della nostra regione; non è un caso se il Veneto si ritrovi ad essere una delle aree più povere ed arretrate del paese dopo l’unificazione del 1866. Il fatto che sia una delle ultime regioni ad avere un calo significativo nella fertilità (1880) è significativo: la manodopera costava poco e c’era bisogno di molte braccia. Due segnali di arretratezza non da poco, se consideriamo che il resto d’Italia stava cercando di industrializzarsi.

Tuttavia, qualcosa è cambiato. Oggi, il Nord-Est produce di più delle zone più ricche della Germania, come la Baden-Wuttenberg, ed ha un tasso di disoccupazione molto simile. Un vicentino esporta tre volte di più della media nazionale (18.660€ pro capite contro 6.546), e si aggiudica così la vetta dell’export pro capite italiano. E ancora una volta, sono dati più alti delle più ricche regioni tedesche.

Cos’ha provocato questa esplosione del Veneto, che è passata da regione agricola a grande potenza economica nel giro di settant’anni? La risposta che mi ero sempre dato era la solita: la capacità e la voglia di fare impresa, che ha garantito una rete capillare e solida di aziende. Le PMI hanno sicuramente avuto un ruolo determinante, ma in parte ho dovuto ricredermi dopo aver letto “Fare impresa nel Nord Est” di Giorgio Brunetti. Il saggio, piuttosto agile (meno di 150 pagine belle scorrevoli), tratta la storia delle imprese venete dagli albori alla recente crisi. L’autore dà una versione un po’ diversa da quella che mi ero formato in testa: in realtà, il Veneto ha ospitato (e ospita tuttora) molte aziende di successo di medio/grandi dimensioni. La lista è veramente lunga, e non voglio annoiarvi. Mi basta citare Benetton, Geox, Nordica, Luxottica, Zoppas, Rigoni, Athena, Diesel, Gas, Loison, Bottega Veneta, Nice Automazioni.

Ma soprattutto, la storia delle grandi imprese è molto lunga. Il territorio da cui vengo io (l’alto vicentino) si è specializzato nella produzione laniera e di sartoria sin dagli albori dell’industria. La fondazione della Marzotto e della Lanerossi, infatti, risale alla prima metà dell’Ottocento. Mentre tutto attorno si coltivavano i campi, due famiglie di imprenditori cominciavano a costruire due imperi che sarebbero durati molto a lungo, dando un capitale immenso alle città da cui erano partiti (rispettivamente, Valdagno e Schio). Ovviamente, le fabbriche che venivano costruite richiedevano grandi investimenti, che solo poche persone potevano permettersi. Tuttavia, due sole imprese sono bastate per dare lavoro a migliaia di valdagnesi e di scledensi, ed hanno dato il là alla successiva espansione delle PMI. Infatti, una sola impresa genera una domanda di servizi e beni che devono essere soddisfatti da qualcuno. In un contesto di costi di trasporto molto elevati, come è stato fino a cinquant’anni fa, l’incentivo a far nascere imprese locali è grande.

Un altro elemento interessante che viene trattato nel saggio di Brunetti sono i distretti produttivi, che producono un gran numero di eccellenze e sono composti da decine di aziende, spesso di dimensioni piccole. Come esempi posso portarvi l’oreficeria di Vicenza, la produzione di sedie e mobilio nel padovano e quella di scarpe e attrezzatura da montagna nel bellunese. I distretti garantiscono una fitta rete e un veloce scambio di informazioni. Di conseguenza, spesso si ha un’alta capacità di innovare e forte specializzazione, entrambe importanti per avere successo nell’export (e abbiamo visto sopra che ci riusciamo bene).

“Però, c’è un però”. La crisi è arrivata pure in Veneto, e sembra abbia falcidiato le nostre PMI. Il motivo è spiegato nel saggio già citato, anche se magari lo avete già letto fra le righe. Le imprese venete, mediamente, sono sempre state abituate ad operare nel corto raggio. Quando i mercati si sono aperti, con l’adozione dell’Euro, le aziende hanno dovuto affrontare una nuova e più ampia concorrenza. Le svalutazioni competitive, che giovavano tanto al nostro export, avevano drogato le imprese, che si erano adagiate sulla bambagia. Di colpo la droga è svanita, e molte aziende non hanno retto il colpo. Anche i settori più stabili e tradizionali, come il distretto della sedia, sono stati duramente colpiti. Di fronte alla concorrenza mondiale, le imprese che hanno avuto successo hanno dovuto iniziare a produrre all’estero. Senza mai dimenticarsi delle proprie radici, però; anzi, vendendole come qualcosa di prezioso. Il caso di Rosso e del suo attaccamento per Bassano dovrebbe fare scuola.

Qual è la morale che ho tratto dal saggio di Brunetti? Che il Nord Est, ancor più che il Veneto, ha dimostrato di saper mettere a frutto potenzialità enormi. Tuttavia, la strada da fare è ancora tanta. Per rinforzare la propria posizione nei mercati internazionali, il Nord Est deve aprire la mente e saper guardare oltre il proprio naso. La rete non la si fa solo con il vicino, all’interno di un comodo e protetto distretto industriale, ma anche con il resto del mondo. Ripeto, per la terza ed ultima volta, che le imprese venete che esportano hanno risultati eccezionali, che fanno invidia a imprenditori da tutte le parti del mondo. Coniugare il Made in Italy con professionalità, passione e apertura mentale è il futuro delle imprese venete. Le PMI, piano piano, si stanno affacciando sul panorama mondiale, e il risultato, sinceramente, mi piace.