La “teoria dei germi”, elaborata da Louis Pascal nella seconda metà dell’Ottocento, è stata uno degli elementi determinanti che ha permesso all’umanità di crescere in modo esponenziale. I progressi medici del XIX secolo sono stati davvero notevoli; se oggi non abbiamo la minima idea di cosa sia il vaiolo o il colera lo dobbiamo proprio a questi scienziati illuminati (e illuministi). Tuttavia, gli stessi progressi non sono stati fatti con le malattie batteriche, cioè quelle malattie provocate dai cugini dei “germi” ottocenteschi. Oggi voglio entrare in questa questione, e parlarvi un po’ dei fantomatici “superbatteri” che stanno diventando l’ultima frontiera della ricerca medica. Innanzitutto, parto da una premessa: alcuni batteri conquistano la qualifica di “super” perché hanno la capacità di adattarsi a ciò che li uccideva. Questa caratteristica è garantita da alcuni elementi genetici (cioè dei pezzettini di DNA) che hanno il fantastico nome di “trasposoni R”, dove “R” sta per “resistenza”. Non entro nei particolari dei trasposoni, anche se sono molto simpatici (e peraltro mi sono stati chiesti all’orale di maturità, ma non per questo provo rancore nei loro confronti, anzi!). Vi basterà sapere che il trasposone R ha la proprietà di immunizzare il batterio di cui è parte da una specifica minaccia che lo altrimenti ucciderebbe. Ci sono più trasposoni R per molte malattie, così che alcuni batteri possono vantare lunghe code di T. R. Ora entriamo nel cuore della questione. Già Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, aveva avvisato i medici che quel nuovo, miracoloso farmaco andava usato nel modo giusto. Se i batteri vengono esposti ad una concentrazione troppo bassa di antibiotico, non solo non muoiono, ma diventano resistenti all’antibiotico! Dunque Fleming aveva ben chiaro, negli anni ’40, che con gli antibiotici non si scherzava. Devono essere assunti solo se necessario e nella giusta dose. Il messaggio, purtroppo, non è giunto alla popolazione comune. In quanto a disinformazione, l’Italia spesso fa scuola, e questo caso non fa eccezione. Antonio Clavenna, responsabile dell’Unità di FARMACOEPIDEMIOLOGIA dell’Istituto Mario Negri di Milano, riporta alcuni degli errori più comuni: ricorrere agli antibiotici senza la prescrizione del medico o usare antibiotici contro infezioni virali (cioè causate da virus, contro cui gli antibiotici non possono nulla) o ancora non seguire la terapia fino in fondo, ponendo i presupposti per sviluppare la resistenza a quell’antibiotico. I problemi fondamentali sono due:Aumenta il rischio di contagio, perché alcune persone sane (cioè che fanno un uso corretto degli antibiotici) possono contrarre i superbatteri da chi li coltiva inconsapevolmente dentro il proprio corpo;Stanno venendo meno gli antibiotici che riescono a contrastare i superbatteri. Al momento, la soluzione è aumentare la dose di antibiotico, con il rischio di farli diventare ancora più resistenti se non si segue attentamente la terapia, oppure ricorrere ad antibiotici alternativi, che però funzionano peggio perché non sono specifici. È un po’ come mettere un cerotto a uno che si è rotto un osso e sperare che gli passi.La soluzione, ovviamente, sarebbe implementare la ricerca per sviluppare nuovi antibiotici. Tuttavia, le aziende preferiscono investire nei farmaci più remunerativi e che consentono di avere più spazio mediatico al giorno d’oggi, cioè quelli contro le malattie croniche. La scoperta di nuove classi di antibiotici è ferma da oltre 10 anni, complici sia lo scarso ritorno economico (una volta sviluppata la resistenza, tutti gli investimenti fatti per quel farmaco andranno in fumo) sia il fatto che ormai si è esplorato il mondo micro-organico, che ci dava nuovi spunti per contrastare le infezioni batteriche. Per sconfiggere i superbatteri, la ricerca deve trovare nuove strade. La biochimica potrebbe essere una via, perché sintetizza molecole a partire dagli antibiotici già esistenti, per ottenere farmaci più letali (per i batteri, non per noi!).Da un punto di vista strettamente economico, è chiaro che perdere vite umane è una grande perdita. In Europa, i decessi da infezioni batteriche sono superiori alle 25000 unità, per un danno di circa 1,5 miliardi di Euro. Siccome si stanno sviluppando nuove forme di resistenza, i pazienti che fanno un cattivo uso degli antibiotici trascorrono più tempo in ospedale, per terminare le cure. Questo aspetto, oltre a non essere una prospettiva idilliaca, comporta un costo aggiuntivo che va dai 10000$ ai 40000$ per paziente, spalmati lungo tutto l’arco della cura. Secondo l’OCSE, il tasso di resistenza potrebbe aumentare del 40% entro il 2050, in caso non si adottassero misure decisive. Questo scenario farebbe impennare il numero di decessi a circa 10 milioni nel mondo, di cui 392000 in Europa. Il nostro continente vedrebbe l’incremento maggiore in termini percentuali, perché la maggiore qualità dei farmaci disponibili non è accompagnata da una consapevolezza dei cittadini. Mentre diventiamo sempre più “smart”, i batteri diventano sempre più “super”. Eppure, contrastarli non sarebbe difficile. Serve solo più consapevolezza, e io spero di fare la mia parte con questi articoli. La prossima volta che vedete la nonna prendere un antibiotico, raccontatele dei temibili “Trasposoni R”. Vedrete che la convincerete ad usarli con criterio 😉