Un paio di settimane fa ho avuto il piacere di assistere a una conferenza sul fair play finanziario nel calcio. È stata una bellissima opportunità per scoprire qualcosa in più dello sport più seguito al mondo; tutti noi guardiamo volentieri una partita di calcio, ma pochi conoscono i meccanismi che ci stanno dietro. Proprio di questi meccanismi voglio parlarvi oggi.

Iniziamo con una premessa. Checché alcuni pensino, il calcio è un’industria che si comporta come le altre: soffre durante la recessione, diventa sempre più globalizzato, la ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di pochi club (una ventina nel mondo); le società calcistiche hanno fornitori e clienti, crediti e debiti, un prodotto da vendere. Per questo vanno trattate allo stesso modo di una normale azienda. E se un’azienda non ha i conti in ordine, sappiamo tutti che fine fa.

Assistendo alla finale di Champions League del 2007, fra Manchester United e Chelsea, Michel Platini ha capito che c’era qualcosa che non andava: si stavano fronteggiando due squadre indebitate fino alla punta dei capelli. Che esempio si dava alla gente? Sicuramente, l’industria del calcio andava regolata. È così che è nato il fair play finanziario.

Per farvi capire quanto sia importante questo step, vi snocciolo qualche dato. Mentre i ricavi delle 54 divisioni di calcio europee più importanti aumentavano del 559% in 19 anni (tre volte e mezzo la crescita del PIL europeo), i loro costi crescevano di uno spaventoso 664% nello stesso periodo di tempo. Dal 2006, queste 54 divisioni hanno prodotto una perdita complessiva di ben 8,3 miliardi di euro. I costi altissimi sono dovuti principalmente ad un aumento degli stipendi del personale (in particolare, ovviamente, dei calciatori), tant’è che il fatturato di un club è composto mediamente dal 55% al 65% dagli stipendi. Molte società sono fallite a causa del peso insostenibile del loro debito. Fra loro, ricordiamo Napoli, Fiorentina e Torino. Insomma, questi costi insostenibili hanno reso evidente la necessità di regolare l’industria del calcio.

In particolare, il FFP (financial fair play) dell’UEFA ha comportato l’obbligo di pareggiare i conti almeno una volta ogni tre anni, di non avere debiti scaduti verso i dipendenti, i calciatori o altre società, e di investire nel settore giovanile. Inoltre, sono state introdotte le licenze per poter partecipare sia ai campionati europei (licenze UEFA) che a quello italiano (licenze FIGC). I paletti da rispettare, ad esempio, sono un basso rapporto fra debito e ricavi (massimo 1,5 dal 2017) e fra salari e fatturato; inoltre, viene data maggiore attenzione agli indicatori sulla liquidità del club, cioè sulla sua capacità di ripagare i debiti a breve termine. A partire dall’anno prossimo, se un club non rispetta anche uno solo di questi obblighi verrà escluso dal campionato 2017/2018. Non sarà più possibile spendere e spandere per vincere, ma serviranno progetti a lungo termine ed economicamente sostenibili. Il fair play finanziario è anche un modo per tenere a bada i tifosi, che spesso chiedono ai presidenti di acquistare giocatori che sono fuori dalle possibilità finanziarie del club.

Grazie al FFP, il debito delle 54 divisioni europee è passato da 1,7 miliardi (2011) a “solo” 500 milioni (2014). Nello stesso periodo, i profitti escluse tasse ed interessi (EBIT, per gli addetti ai lavori) sono cresciuti da -400 milioni a +800 milioni, e i debiti scaduti sono diminuiti da 57 milioni a 8 (e si calcola siano scesi a 5 nel 2015, con un decremento di più del 1000%). Inoltre, gli stipendi hanno cominciato a crescere più lentamente dei ricavi (+3% contro +5,8% nel 2014, ad esempio), così che il loro rapporto diminuirà sempre di più. Possiamo quindi affermare che il FFP funziona alla grande, e porterà ad una maggiore affermazione del calcio europeo.

Proprio su questa questione si è fermato il grande Karl Heinz Rummenigge, Pallone d’Oro e ora presidente del Bayern Monaco, una delle quattro società più avanti nel fair play finanziario assieme a Manchester United, Barcellona e Real Madrid. Il tedesco si chiedeva perché il Superbowl abbia più ricavi della finale di Champions League, nonostante il football americano abbia circa un decimo degli appassionati rispetto al calcio (150 milioni contro 1,6 miliardi). La risposta che si è dato è che il Superbowl raggruppa delle eccellenze, ed è diventato un vero e proprio prodotto: fra i concerti durante le pause e lo spazio che gli viene dedicato su TUTTI i quotidiani e i settimanali americani, nessuno può sottrarsi dal guardarlo. Per vendere meglio il calcio europeo (che è un’eccellenza mondiale), Rummenigge ha sostenuto che in futuro potrebbe nascere un campionato fra le 20 big in Europa. In sostanza, potremmo assistere a 38 big match a livello da finale di Champions, e in questo modo lo spettacolo sarebbe assicurato. Per me, federalista convinto, sarebbe un sogno. Dimostreremmo a tutto il mondo quanto vale l’Europa.