Noi occidentali tendiamo a credere che viviamo in un mondo completamente privo di censura. Non è del tutto vero: certo, nessuno prova più a vietare la stampa di un libro, o la produzione di un film, ma ci sono meccanismi più subdoli per far sì che il popolo non venga a conoscenza di determinati problemi. Ad esempio, molti libri o film non vengono tradotti in alcune lingue, oppure si fa in modo che non passino certi messaggi in TV o al cinema. Ad esempio, la RAI comprò “Il caimano” di Nanni Moretti nel 2006, un film che parla di Berlusconi. Non è stato mai trasmesso dalle reti nazionali. Sostanzialmente, l’hanno acquistato per essere sicuri che lo vedessero meno persone possibile. Detto questo, non voglio giudicare: andate a vedervelo, e deciderete voi stessi se sia un fatto rilevante o meno che sia stato tolto dai nostri schermi.

In ogni caso, oggi volevo parlarvi con maggiore attenzione della censura di Internet, visto che è il nuovo canale di comunicazione, usato in tutto il mondo. È particolarmente importante perché ci passa di tutto: film, video di ogni tipo, canzoni, articoli e blog d’opinione, dati personali. Per questo è uno strumento molto delicato; può addirittura rivelarsi pericoloso, se non usato in modo corretto. Non sto dicendo che leggere il mio blog vi ucciderà, ma se leggeste i miei articoli in modo totalmente passivo non vi lascerei nulla e vi fareste influenzare dalle mie idee. Con i miei post non vi propongo una verità assoluta (perché probabilmente non esiste), ma cerco di informarvi; infatti, potrete sicuramente trovare una versione opposta alla mia, e confrontando le due campane arriverete alle giuste conclusioni. È una delle poche cose che aveva capito Hegel: tesi + antitesi = sintesi, che spesso si rivela migliore degli ingredienti usati.

I governi stanno iniziando a capire l’importanza del Web, e stanno ponendo alcune regole che limitano la nostra libertà di pubblicare (e quindi leggere) contenuti su Internet. Su questo versante, come in molti altri, l’Italia è messa bene: non abbiamo alcun blocco istituzionale. Lo stesso si può dire della stragrande maggioranza dei paesi occidentali: Austria, Germania, Canada, USA, Australia, Giappone, Sudafrica, etc.

Ci sono però due eccezioni illustri: dopo lo Charlie Hebdo, in Francia e Regno Unito è vietato sostenere i terroristi e/o l’attacco in sé, anche dicendo che “se la sono cercata”, come va di moda qui in Italia. A mio modesto parere mi sembra una mossa stupida, perché sarebbe stato un canale facilissimo per identificare alcuni potenziali terroristi e simpatizzanti dell’ISIS e tenerli d’occhio. Questi non hanno problemi a dimostrare la loro posizione pubblicamente; anzi, sfruttano i social media per avvicinare altre persone. In ogni caso, Cameron e Hollande avranno fatto tutte le considerazioni del caso, anche se io non le capisco.

La critica alle autorità istituzionali è il principale motivo di censura, seguita dalle notizie sulla corruzione e in generale tutte le notizie date dai partiti d’opposizione. Poi abbiamo la satira e i commenti (o l’informazione) sulla religione. In Cina non si possono introdurre vangeli o bibbie, eppure la religione non è censurata su Internet. Probabilmente sono talmente convinti che i cinesi non ne abbiano bisogno, o che proprio non la capiscano, che non la bloccano ufficialmente. In ogni caso, Etiopia, Iran, Sudan e Cina sono gli stati in cui quasi ogni contenuto è censurato: oltre agli argomenti già citati, non si può parlare di società, minoranze o LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali), né tantomeno organizzare manifestazioni o campagne online. Insomma, se volete fare il blogger in questi paesi è meglio che abbiate una buona capacità di “leccare” gli idoli dello stato, e lo stato stesso. Dopo di questi, nella scala censura troviamo Turchia e Russia; è un buon motivo per cui non possono entrare nell’Unione Europea, direi: censurano tutto fuorché la satira (che ovviamente è all’acqua di rose). Poi abbiamo una carrellata di paesi islamici, che non vanno d’accordo con la libertà d’informazione: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Pakistan; ma anche molti paesi dell’Estremo Oriente: Malesia, Thailandia, Vietnam, che hanno una storia recente particolarmente travagliata. L’Africa è messa abbastanza bene, visto che la maggior parte degli stati vietano due o tre campi fra quelli precedentemente citati. L’unica costante è la censura della critica alle autorità, che sembra essere legale quasi solo in Europa e Nordamerica. In ogni caso, l’assenza di censura può essere legata alla bassa computerizzazione e alla difficoltà di connettersi a Internet di molte zone del continente africano. Se pure la “democraticissima” Tunisia nasconde le critiche all’autorità, le accuse di corruzione, la satira, i commenti sulla società e le blasfemie sulla religione, probabilmente anche gli altri stati africani seguiranno l’esempio, appena avranno un numero di utenti Internet sufficientemente grande per creare un bacino di discussione.

Concludo ricordando l’importanza economica della piena informazione: se tutti gli attori economici avessero accesso a tutti i dati necessari per concludere una trattativa, ogni scambio sarebbe socialmente efficiente, perché tutte le parti coinvolte saprebbero quanto dare e quanto ricevere. Ovviamente, la piena informazione è un’utopia, ma dobbiamo essere al corrente che più censura c’è e peggio sarà per noi; non solo da un punto di vista culturale e morale, ma anche economico!

La censura è un problema ancora molto attuale nel mondo, e non possiamo nemmeno pretendere che alcuni regimi o i paesi di religione musulmana si adattino ai nostri standard, perché hanno un’altra cultura. Tuttavia, è bene conoscere questo problema, se non altro per capire dove non andare a fare il giornalista.