Ho appena finito di leggere Quaderni di Serafino Gubbio operatore, uno dei romanzi più sottovalutati di Pirandello. Sarà per il titolo improponibile, sarà che non è considerato all’altezza dei capolavori Uno nessuno centomila e Il fu Mattia Pascal. Eppure, sono di un altro parere: ho trovato così tanti spunti interessanti, che lo posso considerare la base per la costruzione di Uno nessuno centomila, che uscirà solo l’anno successivo (1926). I temi sono gli stessi: frammentazione dell’Io, maschere contro personaggi, vita contro finzione; lo stile è lo stesso: profonda introspezione psicologica dei personaggi, fino ad arrivare ad analisi psicanalitiche su alcuni comportamenti; la trama è pure simile agli altri romanzi del tempo. Come sempre, per Pirandello i romanzi sono solo un pretesto per fare filosofia.

Ma non voglio annoiarvi con questi aspetti, perché potrete trovarli facilmente (e sicuramente più completi di come ve li esporrei io) su Wikipedia e simili. Piuttosto, vi darò le mie impressioni su Quaderni di Serafino Gubbio operatore, cercando di non rovinarvi il finale.

Gubbio, il protagonista e narratore, è un operatore di macchina da presa. Sostanzialmente deve girare la manovella della cinepresa finché gli attori recitano, davanti a lui. Come potrete immaginare, è un compito noioso e ripetitivo, che non richiede alcuna abilità tecnica né intellettuale. Eppure Serafino ci dà una grande importanza: sostiene che, grazie alla sua estrema impassibilità, non ci sia operatore migliore di lui. Viene talmente assorbito dalla sua semplice mansione che inizia ad osservare il mondo come se fosse dietro alla cinepresa. Riesce ad alienarsi da ciò che gli sta attorno, e questo gli garantisce la capacità di vedere cose che sfuggono alle persone comuni, che vivono la vita (gli “attori” che recitano davanti a lui). Ci sono parti nel romanzo in cui non si distingue fra finzione e realtà, perché c’è un intreccio geniale fra cinema e vita vera. Dobbiamo considerare che sono gli anni in cui il cinema si sta affermando, a scapito del teatro. Pirandello, da siciliano conservatore e amante del teatro, non può accettare questo cambiamento; non gli piace che gli attori perdano il contatto con il pubblico, che il pubblico non veda un’azione vera, ma registrata, tanto che non si può più parlare di azione vera. Senza dubbio, si perde la poesia del teatro. È come ascoltare un CD invece che andare al concerto; saremo tutti d’accordo su cosa susciti più emozioni.

Insomma, Pirandello non riesce ad accettare l’avvento della modernità, e usa questo romanzo per farci capire alcuni pericoli che corriamo noi oggi. Il distacco dalla natura, la morte delle grandi ideologie, la frammentazione dell’Io e della comunità sono tutti temi presenti nei Quaderni, e che appaiono spesso e volentieri nelle pagine di sociologi e psicologi a noi contemporanei. Ci sono un paio di scene nel romanzo in cui gli attori non si riconoscono nella pellicola che vedono, perché nemmeno noi stessi siamo uguali a come ci immaginiamo. Tutto è relativo, e persino i luoghi, cose tangibili, fisse e “oggettive”, possono “cambiare senza cambiare”. Provate ad uscire dalla stanza in cui siete ora, azzerare i pensieri e rientrare nella stanza. La troverete diversa; magari darete più peso a un particolare che prima non avevate osservato, o magari penserete alla combinazione di vernici (che è quello che è successo a me). Ovviamente, se penserete “ma che cavolata, non funzionerà mai, cosa si è fumato Antonio?” non succederà niente. Ma in realtà è logico: cambiando gli occhi (e la capacità di osservare), tutta la realtà attorno a noi cambia. Pirandello ci insegna questo, nei suoi romanzi. E badate bene, osservare in un modo nuovo un problema può portare alla sua soluzione; nell’azienda, nella scuola, nella vita.

“È una mia idea: tante cose nel bujo vedevo con quei lumi là, che loro forse non vedono con la lampadina elettrica, ora; ma in compenso, ecco, con queste lampadine qua altre ne vedono loro, che non riesco a vedere io; perché quattro generazioni di lumi, quattro caro professore, olio, petrolio, gas e luce elettrica, nel giro di sessant’anni, eh…eh…eh…sono troppe, sa? E ci si guasta la vista, e anche la testa; eh, anche la testa un poco.” Ecco un riassunto di cosa ne pensava Pirandello della modernità; una modernità che ha ammutolito due persone con la sua velocità e ferocia, uccidendo anche lo spirito artistico di un violinista, reso impotente di fronte a un pianoforte automatico.

Cosa direbbe Pirandello oggi? In vent’anni abbiamo rivoluzionato il mondo, e il progresso non terminerà di certo a breve. Il siciliano vuole avvertirci del rischio del rapido avanzamento tecnologico: non capire il cambiamento, rimanere schiacciati dalle novità, senza poter tenere il passo. Rischiamo tutti di perdere la vista e l’udito. Nel frastuono, nella velocità e nella fretta del mondo moderno, quante persone ascoltano i propri interlocutori, e quanti osservano veramente ciò che li circonda? Io no, lo ammetto. È il potere di Pirandello e Joyce, che mi spogliano da ogni sicurezza che avevo prima. Mentre leggiamo i loro romanzi, siamo costretti a rimetterci in discussione, e questo può aiutare a migliorare noi stessi e tutti i nostri rapporti. Pirandello ci fa anche riscoprire il “silenzio di cosa”: a volte, osservare in modo distaccato il mondo, senza fiatare, può essere meglio che non immergersi negli eventi senza consapevolezza. Il rischio è quello di venire trascinati dalla corrente del cambiamento, dalla “fiumana del progresso” (Verga).

Chissà perché mi piacciono tutti questi artisti. Forse perché vengono tutti (Verga, Pirandello, Joyce) dalla periferia della cultura europea, e possono osservarla da esclusi. Hanno tutti un potere straordinario di introspezione; che siate d’accordo o meno, in ogni caso ci aiutano a riflettere sul mondo, sulla filosofia e su noi stessi. Un’opportunità da non mancare.

CONSIGLI di lettura: i tre autori con cui ho concluso sono tre grandi, e a volte misurarmi con loro mi spaventa, appunto perché sono sicuro che troveranno molti miei difetti. Non sono di lettura facile, ma secondo me abbiamo bisogno di leggere questi classici. Se vi siete già cimentati con Il Fu Mattia Pascal, provate a riprenderlo e a leggerlo con occhi nuovi; scoprirete un nuovo romanzo. Tuttavia, mi è piaciuto di più Quaderni di Serafino Gubbio operatore, e ve lo consiglio sopra ogni altro libro.

Allontanandomi dai classici, ho letto Boomerang, di Nicola Palmarini. È un saggio che parla della delusione della tecnologia: quali aspettative sono state disilluse, cosa e perché non funziona, quali opportunità di sviluppo ci sono per il futuro. Interessante e non lungo.