Come vi avevo promesso nello scorso post, oggi torno a proporvi qualche spunto su “Crescita Felice”, di Francesco Morace.

Il quarto capitolo della Parte Prima del saggio si intitola “Consumo ottimale”, e si apre con una citazione da Adriano Olivetti: “[…] Mi dovetti accontentare in principio a volere l’optimum e non il maximum delle energie umane, a perfezionare gli strumenti di assistenza, le condizioni di lavoro.”

La differenza fra i due concetti di optimum e maximum passa anche attraverso la contrapposizione fra spreco (che non piace a nessuno) e prosperità. La lotta allo spreco non deve finire nel neopauperismo, ma invece cercare la sua “alternativa felice”: l’optimum, ciò di cui noi abbiamo bisogno. Non dobbiamo accontentarci del minimo possibile, né cercare disperatamente il massimo, perché altrimenti facciamo la fine di Icaro. Dobbiamo trovare il “massimo comune multiplo” fra i nostri bisogni, quelli degli altri e quelli della Terra. E non sto parlando dei semplici bisogni primari: MCM significa condividere con gli altri un prodotto, un servizio o un’esperienza, aspettandosi magari che contraccambino. Non a caso, il modello dello sharing va molto di moda in questi ultimi anni.

Dunque, l’optimum è un concetto che non pretende di scontrarsi con il capitalismo e/o il consumismo (perlomeno quello moderato), al contrario delle teoria di Latouche (decrescita felice) e di Bauman (modernità liquida). Eppure, credo che l’optimum sia un concetto ancora più rivoluzionario delle teorie che ho appena citato. Se riuscissimo a consumare “il giusto”, il mondo funzionerebbe alla perfezione e noi continueremmo ad essere felici. Non è un’idea che vuole distruggere i modelli di vita contemporanei, ma allo stesso tempo ci dà un’alternativa; valida, a mio parere. Non è lo sguardo stanco e annoiato con cui Latouche e Bauman guardano il nostro mondo, anzi. Morace ci lascia optare per la felicità personale, lasciandoci uno sguardo positivo sul futuro.

È un vero e proprio eretico, insomma! Uno che pensa fuori dal coro, avendo anche il coraggio intellettuale di staccarsi dai blocchi di pensiero che vanno tanto di moda al giorno d’oggi. Ci dà alternative per rigenerare i nostri valori in maniera positiva, e per ridarci fiducia nel futuro. È proprio questo che ci manca oggi: la fiducia nel futuro, che porta con sè scarsa speranza. È questa combinazione che alimenta la jihad nel serbatoio europeo: i giovani che si sentono continuamente dire “non troverete un lavoro”, “smetterete di lavorare a ottant’anni”, “non prenderete alcuna pensione” prendono il primo treno verso una destinazione che appare più attraente, o che almeno richiede loro di mostrare il loro coraggio. A quanto pare, i giovani nelle banlieue non perdono l’occasione. Quindi basta lamentarsi; iniziamo a guardare ai tanti lati positivi di questa nostra Italia (industria, aeronautica, istruzione, longevità, cibo, patrimonio culturale, capitale umano: sono solo le prime cose che mi sono venute in mente in cui noi italiani eccelliamo) e a dare fiducia a noi giovani. Sinceramente, io non aspetto altro. Ne ho due scatole dei giornalisti-lagna, e ne ho due scatole degli italiani che si lamentano senza magari conoscere a fondo ciò che criticano.

Ormai questo blog sta diventando un inno all’ottimismo e alla speranza. Del resto, da buon keynesiano, sono convinto che la fiducia nel prossimo sia determinante per rimettere in moto l’economia. Senza fiducia, le banche non concedono prestiti e mutui, gli imprenditori non investono e la gente infila i soldi sotto il materasso. Quindi, mancare di fiducia fa male anche al vostro portafoglio. Non è facile credere nel prossimo nel paese dei campanili, eppure non vedo altra via d’uscita. Dobbiamo sostenerci  a vicenda e fare rete; dobbiamo sostenere il capitale sociale di ogni organizzazione in cui siamo inseriti: squadra di calcio, università, azienda, famiglia. Non siamo più frammenti che viaggiano veloci e isolati come scintille, ma piuttosto siamo frutti che crescono sullo stesso albero – l’albero della nostra comunità. Dobbiamo saperla valorizzare al massimo, senza mai eccedere nel maximum, ma avendo il coraggio eretico di cercare l’optimum.

Consigli di lettura: vedi post precedente