Ante scriptum: ho deciso di non scrivere nulla sugli attentati di Parigi. Fra i mille motivi, i principali sono che non ho sufficienti informazioni per scrivere qualcosa di sensato; non voglio rischiare di fomentare odio (che nasce sia se si scrive a favore dell’integrazione della comunità musulmana che contro); ma soprattutto sono convinto che noi uomini siamo troppo piccoli per affrontare la religione. È tornato alla ribalta un problema così grosso che l’individuo non può fare nulla per opporvisi; solo la società può sperare di avere una qualche influenza positiva. Con un articolo non avrei aiutato nessuno, neppure me stesso. Anzi.

Fatta questa necessaria premessa, passiamo al tema che vorrei proporvi oggi. Nel mondo contemporaneo c’è una tendenza generalizzata a privilegiare le materie scientifiche rispetto a quelle umanistiche. Noi italiani non ce ne accorgiamo, perché la nostra scuola è ancora molto improntata sulle letterature, la storia e la filosofia. All’estero, invece, si spinge molto decisamente verso le discipline come la matematica, la fisica e l’informatica, perché sono considerate più utili per il cittadino del XXI secolo. Nel 2006, gli Stati Uniti hanno pubblicato un documento sul futuro dell’istruzione. Mentre si parla ampiamente di ingegneria e tecnologia, degli studi umanistici non c’è traccia. Quasi dieci anni dopo, è il Giappone che gioca un tiro mancino alle discipline sociali. Il governo ha chiesto alle 86 università pubbliche di “abolire i dipartimenti non necessari”, e concentrarsi su quelli più utili per la società. Per capire cosa sia utile agli occhi di un giapponese bastava andare a vedere il loro padiglione ad Expo: tecnologia avanzatissima ovunque. Ma la richiesta del governo giapponese non è uno scherzo: quasi la metà degli atenei che offrivano corsi di studio di stampo umanistico seguiranno la direttiva ministeriale. Ciò significa che ci saranno sempre meno economisti, avvocati, sociologi, letterati. (Ma non per forza più ingegneri!) La Confindustria giapponese si è dichiarata contraria al suggerimento del governo, perché “in realtà servono persone in grado di risolvere problemi grazie a idee che spaziano dal campo umanistico a quello scientifico.”

In Bocconi sembrano avere le idee poco chiare: l’anno scorso hanno introdotto un corso di Scienze Politiche in inglese, mentre quest’anno aboliranno il CLES (Economia e Scienze Sociali) per fare spazio a un nuovo corso, improntato sull’informatica. Insomma, sembra che si stia spostando verso le discipline scientifiche, ma allo stesso tempo mantiene una certa differenziazione.

Trovo molto triste che si debba parlare di cultura umanistica E cultura scientifica, come se fossero due cose completamente separate. Eppure, un tempo non era così: Aristotele, Pitagora, Talete, Archimede erano dei veri e propri scienziati-filosofi, che non volevano limitarsi ad analizzare un solo campo del sapere. Certo, potreste obiettare che questi grandi avessero poco da imparare: un ragazzo del liceo probabilmente possiede più nozioni di Socrate (ma è ben lungi dall’avere la sua saggezza). Ma provate a pensare a Schrodinger, Popper o Einstein: sono solo alcuni esempi di grandi intellettuali moderni che sono andati oltre al proprio campo di studio, proprio perché non percepivano la separazione tra la cultura umanistica e quella scientifica. Pochi sanno che Einstein aveva un pensiero politico ben preciso, a cui aveva dedicato molti scritti. Lo dico sempre con orgoglio: Einstein era un federalista!

Io sono convinto che le due culture vadano a braccetto; un ingegnere che ha studiato l’etica e/o la sociologia può prendere decisioni migliori di uno che non lo ha fatto. La Geico, azienda che si occupa di verniciature di scocche, offre corsi gratuiti di discipline umanistiche ai suoi ingegneri. Così facendo crea un enorme valore aggiunto, aumenta la produttività e fidelizza gli impiegati, rendendo tutta la fabbrica più efficiente. Ovviamente servono capitali di base, ma poi questa strategia ripaga, a giudicare dai risultati di Geico. Come scrive Antonio Calabrò nel suo “La morale del tornio”, bisogna mettere “Kant nel CdA delle imprese”. In altre parole, serve responsabilità sociale ed etica per operare in maniera efficace e duratura nel tempo. E la morale o la si ha dentro, oppure la si impara grazie alle discipline umanistiche. Come scrive Martha Nussbaum, la letturatura, la filosofia e la storia insegnano a guardarsi dentro, a conoscersi meglio. E i fatti recenti mi convincono che sia una qualità sempre più necessaria al giorno d’oggi. Il cittadino ideale del XXI secolo è un po’ informatico, un po’ economista, un po’ medico, un po’ filosofo. Difficile, ma non impossibile!

CONSIGLI: è difficile scegliere quali letture proporvi, perché ce ne sono molte di estremamente valide. Direi che potreste cominciare con “Non per profitto”, di Martha Nussbaum, che difende le materie umanistiche dallo strapotere di quelle scientifiche. Oppure potreste cimentarvi con “La società aperta e i suoi nemici” di Popper, in cui il filosofo paragona alcune teorie sociali (marxismo, psicanalisi) alla Scienza, spiegando quando una teoria possa definirsi scientifica. Non posso non consigliarvi lo scambio epistolare fra Einstein e Freud, che verte principalmente sul tema della pace. Qui si trovano alcune istanze federaliste di non scarso valore.