Oggi, 10 novembre 2015, c’è stata l’inaugurazione dell’Anno Accademico in Bocconi. Ho avuto l’onore di ascoltare nientemeno che Tim Cook, CEO di Apple, che è stato il keynote speaker dell’incontro. Non sprecherò parole sulla qualità del suo discorso, perché i contenuti sono troppo interessanti. In ogni caso, posso dirvi che è stato nettamente sopra le mie aspettative. Cook ha una capacità fuori dal comune di mantenere alta l’attenzione del pubblico, e questa è un’abilità fondamentale per un leader. Credo che potrebbe avere successo come incantatore di serpenti, se gli dovesse andare male in Apple.

Il discorso è cominciato alla grande, con quello che gli inglesi chiamano “bang”: Cook ha tracciato le analogie tra l’Italia e l’azienda che lui stesso amministra. Pensateci: l’amore per il design, l’attenzione per i minimi particolari, l’abilità per creare prodotti belli da vedere, la creatività, il motto “qualità prima di quantità” sono tutte caratteristiche che appartengono al nostro paese e alla Apple. Siamo entrambi riusciti a capire che una grande idea può cambiare il mondo per davvero, e abbiamo una grande propensione ad innovare. Insomma, non dobbiamo stupirci se il CFO (Chief Financial Officer) di Apple è un italiano!

Cook, però, si è soffermato a lungo su una questione che noi italiani non abbiamo ben chiara. Nel paese del Palio di Siena, quanto è importante la collaborazione e quanto la competizione? Sicuramente la seconda ha la meglio, e non è per forza un male: il voler eccellere rispetto al proprio vicino ci ha sempre spinti a innovare e a creare prodotti migliori. Tuttavia, Cook ha sottolineato quanto sia importante saper lavorare in gruppo al giorno d’oggi. Le cosiddette “soft skills” sono sempre più richieste, e non ci sono segnali che indichino un’inversione di tendenza. Le differenze all’interno di un gruppo non devono essere viste come un limite, ma come una potenzialità. Da convinto federalista, non posso che applaudire a queste parole, e augurarmi che il messaggio passi a quante più persone possibili. “The best companies are the most diverse”, e “diversity is in the DNA of Apple”: queste le parole di Cook, che adotta questo approccio nell’amministrare la sua Apple. E di solito non prende granchi, almeno per quanto riguarda la gestione di un’impresa. Le diverse qualità di ogni componente del gruppo devono essere sfruttate per un prodotto migliore, magari anche a un prezzo più accessibile al pubblico. L’unica cosa che serve è apertura mentale, che non costa nulla.

Ma Cook mi ha entusiasmato ancora di più quando ha parlato della responsabilità sociale di Apple. Ha deciso, assieme ai suoi collaboratori, di usare solo energia rinnovabile. Ci stanno riuscendo, piano piano: ora sono all’87%, ma l’obiettivo 100% è vicino! “The responsibility must not lie on the governments alone”; eh no, perché lui stesso ci ricorda quale sia il potere di certe aziende al giorno d’oggi. Grazie a privatizzazioni, liberalizzazione e alla globalizzazione, che ha abbattuto ogni barriera doganale, alcune multinazionali fatturano di più di alcuni paesi del mondo. Apple è fra questi, perciò ha capito che ha una grande responsabilità verso tutti noi. “Insist on business that serves a higher purpose”, ha raccomandato Cook agli studenti verso la fine del suo discorso. Solo così sarà possibile consegnare un mondo migliore di come l’abbiamo trovato.

Insomma, si può riassumere tutto con un’ultima citazione: “you have to change more than yourself to change the world”. Poche parole per esprimere un concetto mostruosamente importante. Certo, non è facile. Poche imprese possono permettersi di investire parte del proprio fatturato per migliorare l’ambiente in cui operano. Tuttavia, quella è la base per cambiare il mondo – e in meglio, si intende. Se tutti ci provassero, anche solo nel proprio piccolo (per esempio facendo la raccolta differenziata), la direzione sarebbe quella giusta. Sinceramente, mi sembra un messaggio anche più forte dello “Stay hungry, stay foolish” di Jobs. E devo ammettere che Apple, dopo oggi, mi piace molto di più.

CONSIGLI: ho già scritto un post sulla responsabilità sociale d’impresa, perciò non mi soffermerò su questo tema. Potrei aggiungere ai consigli di lettura “La morale del tornio” di Antonio Calabrò, che dà alcuni esempi concreti di responsabilità negli affari, e “Italiani di frontiera” di Roberto Bonzio, in caso vi interessasse approfondire quella che l’autore stesso chiama “sindrome del Palio di Siena”, indicando la scarsa collaborazione fra noi italiani.