Mi è capitato fra le mani “Utopie minimaliste”, di Luigi Zoja. Un saggio denso e interessante che tratta alcuni temi molto attuali nella società contemporanea. Ma prima di addentrarmi nei meandri del libro, vorrei chiarire i due concetti che formano il titolo: “utopia” e “minimalista”, che l’autore usa in modo particolare.Inizierò dal secondo, perché si dice “beati gli ultimi…” Con “minimale”, Zoja intende un cambiamento interiore, lento e soppesato. Le grandi masse non ne vengono influenzate, ma avviene nel singolo componente della società. Nulla a che vedere con le vecchie ideologie di massa, in cui l’individuo si perdeva e si spersonalizzava nell’oceano di parole e di persone che lo circondava. Hannah Arendt ha descritto questo processo molto in dettaglio, quindi mi limiterò a consigliarvi di leggere “Le origini del totalitarismo”, piuttosto che scrivere l’intero post su questo argomento. L’“utopia”, invece, è un concetto antico, ideato da Thomas More nel corso del 1500. Sostanzialmente, è una società migliore di quella in cui si vive, ed è considerata impossibile da raggiungere (è un “non-luogo” per definizione: “u-topos”). Eppure tutti noi possiamo capire quale sia stata l’importanza storica delle utopie: hanno il potere di smuovere le masse verso la società perfetta che dipingono, anche se a volte la realtà si rivela essere diversa dalla promessa. Tuttavia, “gli errori dell’utopia non andrebbero risolti rinunciando all’utopia, ma rinunciando agli errori” (prefazione a “Utopie Minimaliste”).

Chi di noi non desiderebbe una società perfetta? Chi di noi non vorrebbe vivere in un “non-luogo”? Pochi, o forse nessuno. Qui sta la novità e la forza del saggio di Zoja: vuole chiudere con le vecchie ideologie massimaliste, in cui le urla in piazza e la violenza la facevano da padrone. Nessuno si augura che ritornino i fascismi o il comunismo, le grandi correnti dell’“Uomo Nuovo”. Ma quale può essere un modo per coinvolgere la popolazione in un cambiamento verso una società più giusta di quella attuale? La risposta data dal saggio è molto intrigante: dobbiamo spostare il focus dalla folla a noi stessi. Un cambiamento “minimale” può valere molto più che un cambiamento dovuto alla paura o alla convenienza del momento. Ovviamente devono esserci delle cose da migliorare, altrimenti non avrebbe senso disegnare un “non-luogo” con la penna della nostra fantasia. Zoja insiste sui problemi ambientali: non possiamo permetterci di continuare a consumare le risorse del nostro pianeta come se fossero illimitate. Questo può essere riassunto nella deep ecology, un’utopia che potrebbe mettere in crisi l’antropocentrismo, perché propone di assegnare una persona giuridica alla Natura. Succede già in alcune società sudamericane, che hanno posto la tutela della “Pacha Mama” (“Grande Madre”) nella loro Costituzione. Lo psicoanalista critica anche l’eccessiva domanda di carne del pianeta, perché l’allevamento ha un forte impatto ambientale. Ho già parlato di queste problematiche nel post su Expo, quindi non vi annoierò oltre. Passiamo invece al consumismo, che può essere più interessante. Secondo Zoja, è una piaga che affligge la nostra società, perché spersonalizza l’individuo. Crediamo di essere diversi dal nostro amico perché abbiamo una cover diversa? Non troppo: i modelli di consumo sono esattamente gli stessi. I nostri eroi sono diventati Superman, Coca-Cola, qualche attore e magari Steve Jobs. Si crea così un gregge che bela fra una pubblicità e l’altra, non riuscendo a prendere in mano la politica. Queste sono le considerazioni dello psicoanalista; aggiungo come controprova che l’astensionismo e il generale disinteresse per la politica si sta diffondendo a tutti i livelli sociali. La nuova ideologia consumista è peggio di quelle fasciste o comuniste del passato, sotto certi aspetti: quelle vecchie correnti non erano riuscite a spersonalizzare l’individuo come è succcesso con l’uomo contemporaneo. E chi di noi si preoccupa se la cultura e la politica sono messe in secondo piano?

Un mondo senza utopie è un mondo noioso e senza spinte verso il progresso. Io faccio parte di quella che Zoja chiama “generazione indifferente”, cioè i ragazzi nati fra il 1975/80 e il 2005/10, che si lasciano scorrere gli avvenimenti sulla pelle senza provare a domarli. È anche colpa della nostra sfiducia verso le utopie, che richiedono spesso un lungo tempo per realizzarsi. Alla “generazione indifferente” non piace lottare per qualcosa che sembra impossibile, o che non si può ottenere subito. Eppure, il saggio mi ha fatto capire che un piccolo cambiamento individuale, lento, costante e ragionato, può  dare frutti più maturi di un cambiamento repentino. Guardatevi attorno: viviamo in un mondo di utopie realizzate! Le nostre bisnonne non si sarebbero azzardate a cercare un lavoro che non fosse mantenere in ordine la casa o lavorare i campi. Ora, fortunatamente, pensiamo che sia scandaloso che venga negato il diritto di lavorare a una donna. Senza troppo baccano, armi o violenza, la società è progredita verso una maggiore giustizia sociale. Non servono martiri per realizzare le “utopie soft” (e la federazione europea è fra queste, secondo Zoja): bastano singoli individui che credono nei loro sogni, e non pretendono di inculcare la loro ideologia negli altri. Più ordine interiore, consapevolezza e costanza. Meno fretta, rumore e consumi oltre il necessario! Oggi si cambia registro: voglio diventare anch’io un eroe minimalista.

Consigli: beh, questa è una recensione; il saggio mi è piaciuto, quindi ve lo consiglio! Se vi interessa la sociologia, torno a suggerirvi i saggi di Bauman. In “L’etica in un mondo di consumatori” troverete molti spunti sul futuro della società, il comportamento dei gruppi sociali, l’Europa, l’ambientalismo. Insomma, ci sono molte analogie con il saggio di Zoja, e vi assicuro che quest’ultimo non è di minore qualità.