Nonostante questo voglia essere un blog culturale, sto per scrivere solo il primo post sulla cultura in senso stretto. Lo farò cercando di inquadrare la questione nell’ambito della nostra società, aiutandomi con qualche dato.

Iniziamo ad introdurre la situazione italiana: siamo il paese con il minor numero di laureati in tutta Europa, e peraltro questi crescono ad una velocità ridicola rispetto alla media europea (+2,5% tra il 2008 e il 2012, contro il quasi 5% dei membri UE). Solo il 15% degli adulti è in possesso di un titolo universitario, contro il 31% dei paesi OCSE. Ma ciò che mi preoccupa di più sono le tendenze dei giovani: aumentano i NEET, cioè i ragazzi fra 16 e 24 anni che non studiano né cercano un lavoro, e le iscrizioni alle università sono calate di 68.000 unità fra il 2002/03 e il 2013/14. Nei PIAAC, che sono gli OCSE-PISA per adulti, l’Italia è sotto di venti punti rispetto alla media OCSE. Insomma, in Italia la cultura non piace a nessuno: giovani, adulti, anziani. Le università sono sempre state tenute in scarsa considerazione perché il nostro tessuto imprenditoriale è medio-piccolo, e spesso a gestione familiare. Questo ha i propri pro e i propri contro, ma certamente non favorisce né la meritocrazia né la ricerca o l’innovazione. I nostri imprenditori non sono spinti ad assumere un manager, perché riescono a controllare perfettamente il piccolo organico di impiegati dell’azienda; allo stesso modo, non possono permettersi di pagare un ricercatore, perché ciò non porterebbe loro grossi vantaggi sul tipo di concorrenza che hanno. Neppure la Zambon, nota casa farmaceutica vicentina, riesce a competere nella ricerca contro i vari colossi internazionali! In questo modo si spiega perché l’Italia ha una percentuale ridicola di investimenti privati (1%) nella R&S: non la riteniamo importante per il nostro tessuto sociale. Tuttavia, un nuovo spettro si sta diffondendo in Italia: è lo spettro del Quarto Capitalismo, un nuovo modello d’impresa che io ritengo geniale. Non posso approfondire, perché andrei fuori tema, ma ci tornerò in futuro.

Una ricerca dell’Economist ha dimostrato che i paesi con maggiore interesse per la cultura (lettura di libri e giornali, partecipazione a dibattiti e incontri culturali) sono anche quelli dove i tassi di criminalità e corruzione sono più bassi; la parità dei sessi è pienamente raggiunta; i livelli di competitività sono elevati. A quanto pare: cultura = benessere. Non so se sia la cultura ad avere questi effetti portentosi o se il benessere spinga verso la cultura, ma ciò che importa è che le due cose siano correlate. Secondo Joseph Stiglitz, che ho già citato nel primo post, la conoscenza è un “bene comune globale”, perchè porta a un benessere generale. Fate un semplice esperimento: tenete d’occhio per una settimana l’“umorimetro” sul sito del Corriere della Sera, in basso; scoprirete che la maggior parte dei giorni gli italiani si sentiranno tristi, o addirittura arrabbiati. Nel Better Life Index dell’OCSE siamo al ventitreesimo posto su trantasei paesi esaminati. Leggendo queste parole, qualcuno dirà: “ti credo, con i politici che abbiamo come si fa ad essere felici?” Per rispondere, cito Fabrizio Tonello: “Se sul piano individuale i prezzi dell’ignoranza sono alti, sul piano sociale sono semplicemente catastrofici. Una società dove una robusta minoranza della popolazione non si informa, non controlla, non vota con discernimento è una società impossibilitata ad autogovernarsi. Le elezioni diventano spettacoli, operazioni di marketing in cui prevalgono i candidati più ricchi, o professionalmente meglio consigliati, trasformando i cittadini in spettatori. Le politiche pubbliche vengono decise per ragioni inconfessabili, a vantaggio di pochi, spesso obbedendo ai dettami di un’ideologia anziché a quelli di un dibattito razionale. La qualità della democrazia diminuisce, con gravi danni per il benessere collettivo.” In sostanza, se la politica fa schifo dobbiamo smettere di lamentarci e cominciare a partecipare attivamente alla vita sociale e culturale. Del resto, questo era uno dei prerequisiti fondamentali per la democrazia, e Montesquieu ci aveva avvisati da tempo.

Purtroppo, la cultura è considerata inutile da molti, e quindi è il primo ambito a finire sull’altare sacrificale durante le crisi. Nulla la può salvare dai colpi selvaggi dei tagli dei governi. Eppure, ho trovato dei dati molto interessanti, e con questi vi lascio:

Spesa nell’istruzione superiore 2008-2012:

  1. Italia -14%

  2. Spagna -11%

  3. Portogallo -4,1%

  4. Grecia -25%

  5. Olanda +7,5%

  6. Germania +20%

  7. Svezia e Norvegia +21%

  8. Francia +6,4%

Da queste statistiche trarrete le vostre conclusioni. Abbiamo spiegato il titolo di questo post: ciò che è considerato inutile è, in realtà, estremamente utile. La cultura, la ricerca e l’innovazione giovano al benessere della società e all’economia, portando progressi di cui potranno godere tutti.

Citando Visco, “un paese come l’Italia, povero di risorse materiali e in ritardo su molti fronti non solo economici, dovrebbe mirare a investire nella scuola e nella conoscenza non ‘sotto’ o ‘sulla’, ma ‘al di sopra’ della media degli altri paesi.” Standing ovation.

CONSIGLI DI LETTURA: qui c’è un articolo sull’analfabetismo funzionale, che è tornato di moda qualche tempo fa su Facebook. Sostanzialmente, il 47% degli italiani non riesce ad estrapolare le informazioni più importanti da un testo, o non sono in grado di interpretare un grafico. Insomma, non hanno le abilità richieste a un cittadino del XXI secolo. Poi, se avete voglia di cimentarvi con un saggio, vi consiglio “Senza sapere – il costo dell’ignoranza in Italia” di Giovanni Solimine (176 pagine, Laterza 2014). Gran parte del materiale che ho usato per questo post l’ho trovato in questo libro. Se proprio non riuscite a tenere a freno la vostra curiosità per il Quarto Capitalismo, allora leggete “Il quarto capitalismo. Una storia italiana” di Andrea Colli, oppure “La riscossa” di Filippo Astone, che però copre anche altri temi. Sono entrambi un bel pacco, quindi li consiglio solo a chi prova un amore sano e incondizionato per l’economia e il management.