GraficoNegli ultimi anni ha preso forma un dibattito molto acceso sui modelli d’impresa. Le due scuole di pensiero fanno capo, manco a dirlo, a Freeman e a Friedman. Fino al 2000, in realtà, la prima filosofia non esisteva nemmeno, e nei corsi di economia aziendale si insegnava solo la teoria di Friedman. Sono due visioni molto diverse, che comportano prese di posizioni anche in ambiti non prettamente economici.

Milton Friedman, premio Nobel per l’Economia nel 1976 e fondatore della dottrina monetarista, era convinto che le imprese dovessero focalizzarsi solo sul produrre profitto, da distribuire in forma di dividendo (=spartizione dei profitti di una società) agli azionisti. “Negli affari, c’è solo una e una sola responsabilità sociale: usare le proprie risorse e affrontare le attività economiche in modo da aumentare i profitti, restando dentro alle regole del gioco, ossia operare in un mercato libero e aperto senza imbroglio o frode.” Sosteneva inoltre che le imprese non avevano alcun tipo di responsabilità sociale, perché la possono avere solo le persone; non considerava due cose:

  1. l’impresa è una persona giuridica, e quindi ha dei precisi obblighi e dei precisi diritti;

  2. l’impresa è formata da persone, e non si può far finta che queste non ne influenzino l’andamento. Una società è qualcosa di estremamente concreto, che ha effetti tangibili e spesso immediati sulla comunità che la circonda. Magari si può dire che l’impresa non ha responsabilità (secondo me no, per il punto 1), ma le persone che la compongono e la gestiscono ce l’hanno eccome!

A questo punto, il passo alla teoria di Freeman (Robert Edward, non Morgan!) è breve. Questo filosofo, che insegna economia, a riprova che quest’ultima non è una scienza a sé, è convinto che l’impresa abbia delle responsabilità sociali. Del resto, ci sarà un motivo se un sinonimo di “impresa” è “società”! La sua teoria mette al centro non più gli azionisti, ma i “portatori d’interesse” (stakeholders), ossia tutte le persone che influenzano o sono influenzate dall’attività dell’azienda. Per dirla in parole povere, sono gli impiegati, i managers, i fornitori, i clienti, la comunità che ci vive attorno (pensate agli effetti di un’eccessiva emessione di CO2 da una ciminiera!), i concorrenti e anche gli azionisti. Sostanzialmente, Freeman sostiene che l’impresa debba prestare molta attenzione alla soddisfazione e alla partecipazione dei propri stakeholders. Se un impiegato si sente coinvolto, produrrà di più per lo stesso stipendio; i clienti compreranno di più, e magari i fornitori si affezioneranno e concederanno prezzi leggermente più vantaggiosi. Quindi attenzione: il principale obiettivo dell’impresa rimane fare profitti, altrimenti tutti gli stakeholders ci rimetterebbero (gli impiegati perderanno il lavoro, i fornitori un cliente, ecc). Tuttavia, il discorso è ben diverso da quello di Friedman: Freeman crede che il profitto sia un mezzo per soddisfare TUTTI i portatori d’interesse, azionisti compresi, mentre per Friedman era il contrario: gli stakeholders erano il mezzo per produrre il profitto, che andava diviso solo fra gli azionisti, che mettevano a rischio i loro soldi. Secondo Freeman, il coinvolgimento dei portatori d’interesse va a braccetto con i profitti. Ciò comporta una serie di conseguenze che io ritengo estremamente positive: attenzione per l’ambiente, miglioramento del luogo di lavoro e dell’atmosfera lavorativa, potenziamento della ricerca e dell’innovazione (ad esempio per trovare un materiale a minor impatto ambientale), avere una storia, una filosofia e magari uno stile di vita da proporre ai propri clienti e ai propri fornitori, miglioramento del rapporto con la comunità, che apprezzerà gli sforzi che vengono fatti. E infatti una ricerca dell’Università di Harvard (vedi grafico proposto), condotta su 180 aziende (90 “buone” e 90 “cattive”) su un arco di tempo di vent’anni (1993-2013) ha dimostrato come le imprese a minore impatto ambientale e maggiore attenzione per le questioni sociali avessero incrementato i propri profitti di circa il doppio di quanto avessero fatto i concorrenti che seguivano il metodo Friedman. Per valutare se un’azienda fosse “buona” o “cattiva”, si sono considerati molti fattori, come qualità del luogo di lavoro, esternalità negative (ad esempio inquinamento delle acque o dell’aria), coesione con la comunità e i luoghi di attività.

Penso che Freeman batterà Friedman in modo definitivo fra non troppo tempo. Del resto, con le nuove dinamiche globali non c’è più spazio per la vecchia impresa: sostenibilità, risorse umane e coinvolgimento saranno le parole chiave del nostro prossimo futuro. In questo modo gli azionisti verranno visti come dei veri e propri benefattori (pensiamo a cosa sono stati Marzotto e Olivetti), e l’impresa riacquisterà la legittimità che talvolta viene messa in discussione.

Consigli: questo è un argomento piuttosto tecnico, e non conosco letture leggere da proporvi. Se vi interessasse l’argomento, ci sarebbe un documentario in inglese (“The Corporation“) che spiega in maniera molto dettagliata l’argomento. Dura 2 ore e mezza, quindi dovete prendervi il vostro tempo. Altrimenti, il consiglio più grande che posso darvi è di INFORMARVI prima di acquistare un prodotto: che impronta ambientale ha, che politiche adotta l’azienda, quanto sostenibile è la produzione. Il caso Volkswagen ce lo insegna.