Finalmente sono stato ad Expo anch’io. Devo dire che è stata un’esperienza unica, che mi ha lasciato davvero tanti spunti su cui riflettere.

Innanzitutto: noi italiani siamo capaci di fare le cose fatte bene. Sono rimasto colpito non solo dai vari padiglioni e dalle opere che sono state costruite dal nostro governo, ma anche (e soprattutto) dalle infrastrutture che collegano Expo con il resto di Milano. I parcheggi all’entrata sono molto curati e puliti, e offrono un gran colpo d’occhio. Nonostante tutte le polemiche, che in Italia non mancano mai, credo che i turisti abbiano avuto un’ottima impressione di noi italiani. Del resto, la nostra reputazione all’estero è migliore di quella che abbiamo in Italia (so che sembra un paradosso, eppure, chiacchierando con amici che vengono da fuori, la situazione è migliore di quello che pensiamo noi).

Expo è anche una grande occasione per un rilancio urbano di Milano: pensiamo a quanto preziosi sono stati i due Expo di Barcellona, che hanno consegnato alla città il quartiere Montjuic e la Ciutadella. L’area di Rho diventerà un importante polo per il capoluogo milanese, e credo che lo si potrà migliorare con parchi e spazi dedicati al cibo e al futuro, che erano i due grandi temi del nostro Expo.

La cosa che più mi ha colpito sono stati i padiglioni dei paesi emergenti: Messico, Indonesia, Cina, Brasile, ma soprattutto Angola. Non hanno sprecato un’occasione così ghiotta per farsi conoscere al mondo, e per farci capire come operano, quali sono i loro obiettivi e quali sono i loro punti di forza. L’Angola, ex colonia portoghese, sta crescendo in maniera esponenziale: vogliono aumentare entro il 2017 di otto volte la produzione di pollame, di 26,6 volte quella di carne bovina, di più di 50 volte quella caprina! Certo, sono partiti quasi da zero, ma sono incrementi spaventosi, e stanno tenendo il giusto ritmo. Questo è il modo in cui l’Angola intende sfamare il mondo. Uno spunto interessante l’ho trovato nel padiglione francese: in un ettaro di terreno, un contadino transalpino riesce a produrre 7,5 quintali di grano; nello stesso terreno, un contadino nigeriano ha un raccolto di 0,5 quintali (50kg). La disparità (15 volte di meno) è dovuta a molti fattori: l’aridità di alcuni territori africani, l’instabilità del clima, ma soprattutto la mancanza di mezzi di produzione (seminatrici, trattori, mietitrebbia, ecc) e di educazione. Nel padiglione Zero, infatti, si sottolineava l’importanza di scolarizzare i contadini e di dar loro supporto politico e finanziario. In questo modo si aumenterà la produttività, quindi si otterrà più cibo utilizzando lo stesso terreno, e così si potrà far fronte all’aumento della popolazione globale. Fra l’altro, il benessere avanza in tutto il globo, e il nuovo ceto medio asiatico e africano non si accontenta certo di un pugno di riso! Purtroppo, la dieta occidentale sta sbarcando anche in quei luoghi, e ciò comporta un aumento spaventoso di richiesta di carne. Ecco spiegati gli obiettivi dell’Angola! Fra l’altro, l’allevamento ha un costo ambientale altissimo, perché gli animali mangiano risorse che potrebbero essere usate per gli umani…ho iniziato a capire i vegetariani, sinceramente!

Anche nel padiglione del Belgio c’era una soluzione interessante: gli insetti potrebbero essere una fonte di proteine alternativa alla carne classica. Hanno un rapporto di proteine su sostanze nutritive del 55%, se non ricordo male! So che mangiare un hamburger di insetti potrebbe non sembrare una buona idea, eppure potrebbe imporsi in futuro. Hanno anche poche calorie!

L’Uzbekistan sembra si stia preoccupando di aumentare la produzione di ortaggi, che è cresciuta di 7,7 volte dal 2010. Non trascura nemmeno la frutta (+5,1 volte) e il pesce (+4,3 volte). Insomma, Uzbekistan e Angola sfameranno il mondo! In realtà, nel 2024 il 44% della carne bovina verrà dal Brasile, così come il 38% del pollame. Sono numeri spaventosamente grandi, che solo un colosso agricolo potrebbe vantare. D’altro canto, si sta impegnando molto anche nell’aumentare la produttività delle colture, specialmente il mais (+129%, partendo da valori già alti), la soia (+65%) e il cotone (da 100T nel 1976 a 1600T nel 2014). In sostanza, il Brasile si sta impegnando molto sul fronte della ricerca nel settore alimentare. Questo era un altro dei temi che ricorrevano spesso nei padiglioni, perché è solo con essa che si può veramente risolvere il problema della domanda mondiale di cibo. Israele è avanti sotto questo punto di vista: hanno inventato l’irrigazione goccia a goccia (che ora è utilizzata in molte aree del mondo) e quella ad acqua salata.

Un ultimo grande tema trasversale era lo spreco di cibo: il padiglione francese assicurava che il mondo produca attualmente cibo a sufficienza per tutti, se non fosse per lo spreco. Un terzo delle risorse alimentari va buttato via, e spesso noi non lo vediamo, perché succede nei supermercati o dai produttori. Di questo terzo, un quarto marcisce prima che possa arrivare alla bocca di qualcuno. Una possibile soluzione, già attuata da alcuni paesi (come l’Olanda), è migliorare le infrastrutture e i trasporti, e dotare tutte le case di almeno un frigorifero. Questi sono i passi avanti che devono essere fatti in Africa, Sudamerica e Asia, usando risorse e know-how occidentale, cinese o israeliano. Sta a noi cogliere queste sfide oppure rimanere impassibili di fronte a un problema che non ci tocca direttamente. Poi, però, non lamentiamoci se gli OGM sbarcheranno anche in Italia!

Consigli finali: se vi interessa il cibo, non potete perdervi la simpaticissima scena del ristorante di Ladri di Biciclette (De Sica, 1948),  che vi mostra anche il rapporto con il cibo di due classi sociali diverse, nell’immediato dopoguerra. Provate anche Super Size Me (Morgan Spurlock, 2004) e Food, Inc. (Robert Kenner, 2008), che raccontano un po’ il cibo com’è la situazione del cibo negli Stati Uniti.